20 luglio 1974, quando la Turchia invase Cipro

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Il golpe fallito contro Erdogan preoccupa le cancellerie europee per futuri contraccolpi geopolitici. L’epurazione post-blitz è troppo per uno Stato che vuole entrare in Ue

21 luglio 2016 | di | Eventi - Mondo

Sono passati 42 anni da quando il 20 luglio del 1974 la Turchia, profittando del colpo di Stato militare in Grecia, sostenuto dalla giunta dei colonnelli allora al potere ad Atene che depose l’arcivescovo ortodosso di Nicosia Makarios III, in carica come presidente della Repubblica, costringendolo all’esilio, invase con 40.000 soldati il 38% del territorio nel Nord dell’isola cipriota, costringendo ad un esodo forzato verso Sud più di 200 mila greco-ciprioti requisendo loro le case e terreni dandoli poi in concessione ad agricoltori giunti dalla Turchia.

Gli aerei turchi sganciarono sulla popolazione inerme le micidiali bombe al napalm, che provocarono la morte di oltre 7.000 persone in maggioranza greco-cipriota. Makarios si rifugiò in quella occasione nella base aerea militare britannica di Episkopi sulla costa Sud dell’isola e in seguito fu portato a Londra.

I militari turchi, che all’epoca furono gli artefici della conquista di una parte dell’isola di Cipro, a distanza di 42 anni tra venerdì 15 luglio e sabato 16 hanno tentato di deporre il “Sultano” Erdogan con un golpe male articolato. Non tutte le forze armate hanno risposto, erano contrari in particolare la marina e buona parte dell’aviazione. Il popolo dilagando nelle strade contro il golpe ha aderito all’appello di Erdogan di circondare i carri armati nelle strade. Non si ha notizia che abbiano sparato un colpo sulla folla.

Tayyip ERDOGAN, Martin SCHULZ - EP PresidentL’epurazione post-golpe è stata feroce, vertici dell’esercito e della polizia, quest’ultima da sempre alleata di Erdogan sono stati arrestati, e così fino ai due giudici costituzionali, oltre 1.600 tra presidi e rettori universitari sono stati dimissionati a forza, sospesi 15.200 tra impiegati e funzionari del ministero della Pubblica Istruzione, mentre il ministero dell’Educazione ha revocato la licenza di insegnamento a 22.000 docenti che insegnavano in scuole private. Alcuni militari che avevano partecipato al blitz sarebbero stati torturati mentre giudici e centinaia di pubblici ministeri con le relative consorti sono stati incarcerati. 24 le radio e le televisioni chiuse.

Tutti sono sospettati di essere aderenti alla dottrina dell’Imam Fethullah Gulen, un tempo fedele alleato di Erdogan che con il suo movimento Hizmet, servendosi dei media, ha sempre propugnato l’idea di un Islam moderno al passo con i tempi. Gulen, ora riparato negli Stati Uniti, controlla il gruppo editoriale Feza i cui prodotti dapprima indirizzati agli iscritti al movimento, con gli anni sono diventati popolari. Gulen controlla anche Today Zaman (Il Tempo oggi), testata in inglese e tra le più lette nel Paese, insieme al settimanale Aksiyon (Azione con 40.000 copie al giorno). Nel suo impero ci sono anche canali televisivi disseminati sia in Europa che negli Usa.

FlagsGulen è diventato scomodo ad Erdogan quando i suoi giornali cominciarono a denunciare la repressione dei manifestanti che protestavano in piazza Taksim contro la corruzione diffusa nel governo. La crisi si è acuita con la repressione e l’arresto di giornalisti non in linea con i dettami di Erdogan. In un discorso fatto l’altroieri il “Sultano” ha dichiarato che a piazza Taksim costruirà una caserma in stile ottomano e che «le moschee sono le nostre caserme, i minareti le nostre baionette, le cupole i nostri elmetti e i veri credenti i nostri soldati». Un discorso non proprio rassicurante per un Paese di 80 milioni di musulmani, che vorrebbe entrare a pieno titolo nell’Unione europea.

 

Giancarlo Cocco

Foto © European Parliament

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