A Dublino Irlanda e Italia dibattono sulla Brexit

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Il ministro degli Esteri Gentiloni è intervenuto al Trinity College sulla situazione europea e gli interrogativi sollevati dall’uscita del Regno Unito dalla Ue

13 luglio 2016 | di | Attualità - Europa - Eventi - Politica

La scelta britannica del 23 giugno ha posto la Repubblica d’Irlanda nella necessità contraddittoria di impegnarsi nel mantenere il rapporto unico con il Regno Unito contemporaneamente alla ridefinizione del proprio ruolo in una Unione europea dove il vicino storico non sarà più rappresentato. In prima linea c’è ora la politica estera irlandese: ieri, il 12 luglio, il primo ministro Enda Kenny ha incontrato a Berlino Angela Merkel, evidenziando l’importanza del confine aperto con il Regno Unito ai fini del consolidamento del processo di pace in Irlanda del Nord, provincia autonoma britannica in cui la Repubblica è influente fin dall’accordo Anglo Irlandese del 1985, anche attraverso partecipazione a strutture istituzionali estese a tutta l’isola, comuni quindi a Eire e Uk. Della particolare situazione di Belfast si è avuto un brusco promemoria proprio questo 12 luglio, con le tensioni che hanno accompagnato ancora una volta la marcia orangista del Twelfth. La cancelliera tedesca nel corso dei colloqui ha riconosciuto lo speciale legame forgiato in questi decenni dai due Paesi (Repubblica d’Irlanda e Regno Unito) in fatto di commercio, politiche, confini, circolazione.

DSC_0286Nel primo pomeriggio sempre di ieri, presso il Neill/Hoey Lecture Theatre del Trinity College di Dublino, si è svolta la conferenza di Paolo Gentiloni, ministro italiano ad Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, sul tema “Europe after the UK referendum“. Erano presenti Ruarí Quinn, che in passato ha guidato i laburisti irlandesi e diretto i ministeri delle Finanze e dell’Istruzione nella Repubblica; Dáithí Ó Ceallaigh, che è stato ambasciatore per l’Irlanda a Mosca, Londra, Belfast, New York (gruppo dell’Institute of International and European Affairs per il Regno Unito); Marie Cross, la quale è stata a lungo con il dipartimento degli Esteri irlandese a Washington, Bruxelles e Bonn. Quest’ultima ha presieduto l’evento (e coordinato il gruppo “Future of Europe” dell’Institute of International and European Affairs); Infine Pádraig Murphy, che è stato ambasciatore per l’Irlanda in Germania e in quella che era all’epoca l’Urss, con esperienza nel campo dei conflitti della Guerra Fredda nel contesto dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).

DSC_0299Nel corso degli interventi, il ministro degli Esteri italiano ha affermato che i negoziati che regoleranno i rapporti tra Unione europea e Regno Unito dovranno essere gestiti con calma e che una soluzione va ricercata, ma senza accelerazioni che determinerebbero forzature: «la disaffezione dei cittadini va affrontata». Ruairí Quinn ha fatto presente che l’Irlanda ha maturato una visione completa dei problemi di cui si parla, avendo cooperato con il vicino in Ulster, per cui la voce della Repubblica può essere valorizzata al tavolo europeo. Dáithí Ó Ceallaigh ha sottolineato che l’Irlanda dovrà gestire la nuova situazione (generata dalla Brexit) al tavolo europeo, perchè i trattati non prevedono nessuna possibilità di trattare direttamente tra singoli Paesi componenti l’Unione europea da una parte e uno Stato che si trovi all’esterno dell’Ue dall’altra.

DSC_0373L’evento di ieri, martedì 12 luglio, è stato organizzato dall’Ambasciata d’Italia in Irlanda, presente con l’Ambasciatore Giovanni Adorni Braccesi Chiassi, in collaborazione con l’Institute of International and European Affairs e con la “School of Languages, Literatures and Cultural Studies, Trinity College Dublin“. Nel frattempo, auspicando che esigenze di serrare le fila da parte degli Stati componenti l’Unione europea non mettano in difficoltà il Regno Unito in questo periodo di transizione, e che quindi lo stretto rapporto tra le due isole continui a crescere senza ostacoli, mercoledì scorso, il 6 luglio, un sondaggio realizzato dal quotidiano The Irish Times ha registrato livelli di consenso altissimi in Irlanda verso la continuità dell’appartenenza all’Unione europea, l’86%, con picchi ancora maggiori tra i più giovani e i più anziani oltre che nella città di Dublino (solo il 9% ha espresso posizione contraria, il 5% non sa). Giovedì 7 luglio, invece, il ministro della Repubblica d’Irlanda per gli Affari europei Dara Murphy è andato a Parigi per spingere il governo di Hollande ad allontanare tentazioni protezioniste e proseguire invece decisamente negli scambi, adottando un atteggiamento costruttivo nei negoziati alle porte. La prossima settimana il presidente francese François Hollande dovrebbe visitare Dublino.

DSC_0315L’esponente del governo italiano (Gentiloni) è, dunque, arrivato in Irlanda mentre l’esito del referendum ha riaperto nella Ue discussioni come le pressioni sul presidente della Commissione europea Juncker in materia di applicazione delle politiche di rigore: l’11 luglio, al margine della riunione dell’Eurozona il ministro alle Finanze irlandese, Michael Noonan, ha rigettato l’ipotesi di sanzionare con multe Spagna e Portogallo per l’alto deficit, marcando una certa distanza dalla posizione della Germania. L’Italia ha sollevato il problema della rigidità nell’applicazione delle regole (che in diverse occasioni ha penalizzato l’Irlanda, oltre ai Paesi citati).

DSC_0231In generale, il dibattito tra Stati e istituzioni europee difficilmente potrà limitarsi al tema dei rapporti con il Regno Unito, se non altro perché l’allontanamento dell’UK dalla Ue si inserisce in una serie di altri evidenti segnali di effetti delle politiche di austerità implementate nel continente. Ci sono Paesi che hanno affidato il governo a forze nazionaliste oggi in aperto contrasto con le istituzioni europee (come è il caso di Ungheria e Polonia); c’è la Francia, al centro dell’Europa, dove attualmente i partiti tradizionali cedono terreno all’estrema destra, e questa gareggia nel consenso con le coalizioni maggioritarie in Austria. La critica al deficit democratico delle istituzioni comunitarie si è espressa talvolta nel radicamento di forze di sinistra alternative a quelle tradizionali in Spagna, Grecia, Olanda, Danimarca, Portogallo (fin dalle scorse elezioni europee). In Irlanda, dove l’estrema destra non esiste e la sinistra radicale è in buona parte assorbita dai repubblicani dello Sinn Féin, una grossa porzione del voto sottratto ai partiti classici è emersa con i candidati indipendenti, eletti al di fuori dei partiti organizzati e spesso espressione di problemi dei singoli territori, dalla sanità alle infrastrutture.

La Germania, rispetto agli altri Paesi, è stata abbastanza immune da scossoni istituzionali, ma è l’unico Stato che non ha praticamente sperimentato grandi disagi relativi all’economia. Per il resto, le difficoltà (legate alle inadeguatezze nel rapporto tra Stati membri, Unione europea, finanza, migrazioni, cittadinanza) non hanno risparmiato nè la “vecchia” Europa occidentale nè la “nuova” Europa dell’Est; nè il Mediterraneo, con le dovute differenze tra la crisi greca, quelle iberiche e le situazioni italiana e francese, nè le isole britanniche e nè il Nord Europa, che ad esempio col primo ministro finlandese Juha Petri Sipilä (poco dopo il referendum di cui si parla) ha concordato con l’opinione del governo irlandese che i Paesi piccoli e condizionati dalla presenza di frontiere prevalenti presentino problemi specifici, che non vanno scavalcati nel quadro generale dei negoziati.

 

Aldo Ciummo

Foto © Aldo Ciummo

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