Babur Malikov parla delle elezioni presidenziali in Uzbekistan

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Dopo la morte di Islam Karimov, per venticinque anni al potere, il Paese asiatico si trova a un punto di svolta nella sua storia

29 ottobre 2016 | di | in evidenza - Mondo - Politica

Le placide atmosfere di Fairfax, cittadina statunitense a pochi chilometri da Washington, appaiono distanti anni luce dalle terre esotiche dell’Uzbekistan. Eppure proprio qui vive Babur Malikov, oggi cittadino americano ma un tempo  esponente di spicco della vita politica e istituzionale del proprio Paese. Presidente della Corte Suprema dell’Uzbekistan, in seguito ministro di Grazia e Giustizia, poi ambasciatore negli Stati Uniti, la vicenda umana e professionale di Malikov appare estremamente interessante. Per questo lo abbiamo intervistato, alla vigilia di un momento importante nella storia dell’Uzbekistan. Dal crollo dell’Unione Sovietica il potere è rimasto per lunghi anni nelle mani di un singolo uomo, quell’Islam Karimov il quale ha governato dal lontano 1991 fino alla sua morte, avvenuta il due settembre scorso. Nelle elezioni indette per il quattro dicembre prossimo  verrà designato il nuovo presidente di questa Repubblica, fondamentale negli equilibri dell’Asia centrale.

img_6201Camicia a scacchi, volto sorridente, Babur Malikov sembrerebbe un tranquillo abitante della provincia americana se non fosse per l’intensità dello sguardo, che esprime tutta la nostalgia e l’amore per il proprio Paese, dal quale si è allontanato circa venticinque anni fa.

Mr. Malikov, può dirci chi era esattamente Islam Karimov?

«Islam Karimov era un dittatore che soffocava il dissenso politico. Dal punto di vista caratteriale era pavido e bugiardo a livello patologico. Era ossessionato dalle minacce nei confronti della sua persona; le strade dove era previsto il suo passaggio venivano chiuse, le fermate dei mezzi pubblici spostate, tutto per garantire la sua incolumità».

Come è cambiato l’Uzbekistan durante il governo Karimov?

«Possiamo dire che l’Uzbekistan, negli ultimi venticinque anni, è stato sostanzialmente isolato. L’economia si è andata progressivamente deteriorando, molte fabbriche hanno chiuso e la produzione industriale è calata. A causa dell’autoritarismo governativo, anche la vita politica si è impoverita. Il governo Karimov ha creato una situazione di stallo, certamente negativa per l’Uzbekistan».

Quale scenari si aprono ora per il suo Paese?

«Il primo ministro Shavkat Mirziyoyev è stato nominato presidente ad interim dell’Uzbekistan. Anche se i candidati sono quattro, è lui il favorito alla successione. Lo stesso Vladimir Putin lo ha incontrato in occasione della sua visita in Uzbekistan, seguita alla morte di Karimov. Un segnale chiaro della vicinanza fra Mirziyoyev e il leader russo. Nei rapporti con Mosca, Karimov aveva mostrato sempre una certa diffidenza, che ad esempio lo aveva portato a rifiutare l’ingresso del proprio Paese nell’Unione Economica Eurasiatica. Ora gli scenari potrebbero cambiare in maniera sostanziale».

Alcuni temono che l’Isis, una volta sconfitto in Siria e in Iraq, possa spostarsi in Asia centrale. Ritiene che il vuoto lasciato da Karimov renda l’Uzbekistan più vulnerabile a infiltrazioni jihadiste? L’Uzbekistan continuerà a essere una nazione nella quale mondo laico e religioso convivono pacificamente?

«Personalmente non credo nel pericolo dell’estremismo jihadista. L’Uzbekistan è un Paese tollerante, nel quale le diverse religioni hanno sempre convissuto in maniera pacifica».

A lungo ritenuto marginale nello scacchiere internazionale, l’Uzbekistan emerge all’attenzione dopo gli attentati dell’undici settembre, quando diviene partner privilegiato degli Stati Uniti a causa della sua vicinanza con l’Afghanistan. Qual è la situazione al momento attuale?

«Gli Stati Uniti si stanno gradualmente disimpegnando in Afghanistan. Nei piani di Washington l’Uzbekistan non ha più quel ruolo centrale che ricopriva un tempo».

Sovente si sente parlare della valle di Fergana come di un luogo destabilizzato e ricco di tensioni. Cosa mi può dire in proposito?

«La valle di Fergana è un piccolo territorio che ospita una popolazione molto ampia, composta da circa dieci milioni di persone. Le tensioni sono inevitabili, ma si tratta di problematiche legate principalmente alla mancanza di opportunità lavorative».

In conclusione come vede il futuro dell’Uzbekistan?

«Voglio sperare che la situazione migliori, e che il nuovo governo restituisca all’Uzbekistan il suo ruolo centrale nel panorama asiatico e mondiale».

Oksana Tumanova/Riccardo Cenci/Alessandro Ronga

 

 

 

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