Brexit: per la May l’inizio della fine con la Scozia?

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Arriva il sì della Regina, tutto pronto per i negoziati per uscire dall’Unione europea. Ma l’indipendente Sturgeon e lo scandalo rimborsi dei Tory si mettono di traverso

17 marzo 2017 | di | Attualità - Europa - in evidenza - Politica

Non c’è pace per i sudditi di Sua Maestà: quando tutto sembrava pronto per la premier Theresa May (finalmente) per definire l’abbandono dall’Ue, con la sovrana che ha apposto la sua firma, il cosiddetto Royal Assent, sotto la legge varata nei giorni scorsi da Westminster, autorizzando il governo conservatore a notificare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona e a far scattare così i negoziati formali con Bruxelles, nuove nubi si vedono all’orizzonte.

Ad inasprire la situazione lo scontro della May con la leader di Edimburgo Nicola Sturgeon sul referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, invocato a nord del confine comecontromisurarispetto a un divorzio dall’Ue (mai richiesto dalla maggioranza della popolazione scozzese), che oltretutto prevede pure l’uscita dal mercato unico europeo. Londra si oppone senza mezzi termini a organizzare un altro voto popolare mentre deve impegnarsi nelle trattative con l’Europa.

La premier britannica, anzi, ha rinnovato l’appello all’unità nazionale, ribadendo come il tempo rimasto sia poco e che le due istituzioni devono “collaborare” e “non dividersi”: questo per ottenere  un accordogiustoper la Scozia e tutto il Regno Unito, reso più forte e determinato se compatto con Bruxelles. Non si è fatta attendere la dura risposta di Sturgeon, che ha tuonato contro il tentativo di bloccare il referendum definendolo «anti-democratico e insostenibile», rivendicando «al parlamento scozzese, non a Downing Street», il diritto quanto meno di «indicare i tempi» della consultazione.

I toni dello scontro non sono certo destinati a scemare nei prossimi giorni, quando si passerà dalle dichiarazioni ai primi atti formali. A cominciare dal dibattito della prossima settimana all’assemblea di Edimburgo, chiamata a discutere sulla richiesta d’indire il referendum entro il 2019. E a seguire con il responso del Parlamento britannico di Westminster, cui spetta ancora l’ultima parola. Come è avvenuto con la sentenza della Corte Suprema britannica (link) o con il voto della Camera dei Lord (link).

Ma siccome le sfortune non arrivano mai da sole, ecco sul fronte politico aleggiare l’ombra di uno scandalo ereditato dall’era Cameron: quello delle spese elettorali 2015 che incombe sul suo Partito Conservatore. I Tories sono stati multati, per un ammontare di 70 mila sterline, dalla Electoral Commission per aver violato «in modo significativo» le regole della campagna per le politiche di due anni fa e in tre suppletive tenutesi nel 2014.

Si tratta della multa più alta mai inflitta dalla commissione elettorale, che in una nota ha accusato la formazione di governo di aver sfruttato un «vantaggio finanziario» rispetto ai rivali. E intanto prosegue anche l’indagine di polizia sui casi dei singoli candidati che avrebbero superato i limiti di spesa personali, con l’Agenzia Ansa che riporta 24 deputati sotto tiro e 12 forze dell’ordine impegnate in tutto il Paese.

In teoria, se fossero provate le violazioni gravi, le sanzioni potrebbero arrivare fino alla perdita del seggio, con nuove elezioni suppletive nei collegi dei deputati colpevoli: incluso quello in cui fu battuto di misura il capo dell’Ukip, Nigel Farage, oggi grande amico di Donald Trump. Forse anche più della stessa May, che precedentemente era invece stata omaggiata, sul versante economico, dell’annuncio di un nuovo investimento da parte di Toyota (che sembrava volesse smobilitare con la Brexit) e l’impennata della sterlina di fronte alle prime ipotesi di un incremento dei tassi (pur lasciati prudentemente invariati ieri dalla Bank of England). Chi vivrà vedrà.

 

Angie Hughes

Foto © The Independent

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