Brexit: Telegraph, Gb pronta a pagare fino 40 miliardi di euro a Ue

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In cambio di un accordo sul commercio, ma il governo Uk smentisce. Bruxelles: in ballo non cifra ma pieno rispetto impegni. Sempre “calda” la questione dei cittadini comunitari

7 agosto 2017 | di | Europa - Politica

La Gran Bretagna sarebbe disposta a pagare fino a 40 miliardi di euro all’Unione europea per saldare il conto della Brexit ma a patto che Bruxelles accetti di negoziare l’accordo economico nel contesto di un’intesa sulle relazioni future che comprenda anche un accordo sul commercio. È quanto ha rivelato ieri il Sunday Telegraph citando funzionari di Whitehall, tre fonti anonime vicine ai negoziati sul divorzio dall’Ue.

Secondo le ricostruzioni del dorso domenicale del The Daily Telegraph – tra i pochi giornali britannici non tabloid ma con formato broadsheet – Bruxelles ha ipotizzato un cifra intorno ai 60 miliardi di euro quale “prezzo” per la Brexit. Londra, finora, non ha mai fornito una stima sulla cifra che sarebbe disposta a pagare e non ci sono conferme ufficiali. Secondo quanto riporta il giornale, i funzionari del Regno Unito avrebbero comunque riferito di una possibile offerta intorno ai 30 miliardi di euro in tre anni, a patto, però, che l’intesa sia accompagnata da un accordo commerciale.

   David Davis e Michel Barnier

Una cifra che potrebbe arrivare fino a 40 miliardi nel corso di una negoziazione su cui comunque – riporta il Sunday Telegraph citando le sue fonti – ancora non c’è un accordo unanime tra gli addetti ai lavori. «Entrambi abbiamo riconosciuto che ci sono obblighi finanziari» ma «per arrivare a una soluzione» sul “conto” da pagare all’Unione europea «serve flessibilità reciproca», aveva affermato qualche settimana fa il ministro britannico per la Brexit David Davis dopo il secondo round di negoziati dove – aveva assicurato – ci sono state «discussioni consistenti e costruttive».

Non sono «per niente corrette» le voci di stampa secondo cui il Regno Unito sarebbe disposto a pagare all’Ue unconto del divorzio” per l’uscita dal mercato unico, ha subito controribattuto una fonte autorevole del governo britannico all’emittente Sky News. E ha inoltre precisato di non «avere idea» sulla provenienza dell’ipotesi avanzata dal Sunday Telegraph e ripresa da altri tabloid domenicali. Mentre Downing Street si è rifiutata di fare qualsiasi commento ufficiale in proposito, sottolineando che i negoziati con l’Ue sono in corso.

Il governo di Londra in passato aveva affermato di voler trovare un «accordo giusto» con Bruxelles rispetto ai suoi «diritti e obblighi come Stato membro uscente» dall’Ue. Di rimbalzo la Commissione europea «non commenta voci sulla stampa né specula sulla cifra dell’accordo finanziario con il Regno Unito» per la Brexit, ma il capo negoziatore Michel Barnier ha più volte dichiarato che «non si tratta di un conto ma di un accordo finanziario che copre tutti gli impegni del Regno Unito in quanto membro dell’Unione europea». Per quanto riguarda la sequenza degli eventi, «prima deve avvenire il divorzio, e poi il chiarimento sulle future relazioni una volta che ci siano progressi sufficienti su questioni chiave come diritti dei cittadini e accordo finanziario».

Nonostante le smentite e i no comment, sia da parte di Londra che di Bruxelles, per lo meno appare finalmente evidente la volontà di raggiungere unaccordo giusto al fine di onorare gli impegni di uno Stato membro uscente. Secondo il già citato domenicale (vicino al governo conservatore di Theresa May, ndr) i funzionari del Regno Unito avrebbero comunque riferito di una possibile offerta intorno ai 30-40 miliardi di euro in tre anni, a patto che l’accordo sia accompagnato da una intesa commerciale. Che è quello che più preme sul Tamigi.

Anche perché se da una parte il governo UK lascia correre, dall’altra spinge con la premier Theresa May affinché la libera circolazione dei cittadini comunitari finisca nel marzo 2019 (scadenza dei due anni imposta dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona). La premier conservatrice, anche se si trovava in vacanza (in Italia, a Sirmione), è stata costretta nei giorni scorsi a ribadirlo mentre i suoi ministri continuavano ad avanzare in ordine sparso sul divorzio da Bruxelles aprendo nuove spaccature dentro il governo britannico sempre più diviso.

Downing Street ha di fatto riproposto la linea emersa dal discorso programmatico della premier pronunciato lo scorso gennaio alla Lancaster House. Mancano però i dettagli sul tipo di restrizioni che verranno introdotte per gli immigrati comunitari. «Saranno indicate al tempo opportuno», ha chiuso il portavoce del primo ministro e ancora – c’è da scommetterci – sarà materia di scontro dentro il governo nelle continue schermaglie fra i sostenitori della “hard” e della “soft” Brexit.

 

Angie Hughes

Foto © Telegraph

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