Il caso (diplomatico) della missione dell’Ossezia del Sud a Roma

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La piccola repubblica indipendentista ha attivato una sua legazione nella Capitale, che però non godrà di status diplomatico. Un nuovo Stato “a riconoscimento limitato”

10 aprile 2016 | di | Attualità - in evidenza

L’Ossezia del Sud ha istituito lo scorso 2 aprile la sua rappresentanza in Italia: fin qui tutto normale, se non fosse che l’apertura della missione ha provocato un piccolo caso diplomatico tra l’Italia e la Georgia, tanto da richiedere anche un intervento del Ministero degli Esteri. La piccola repubblica caucasica, a maggioranza russofona ma formalmente sotto sovranità georgiana, non gode infatti di un riconoscimento internazionale, e quindi nemmeno dell’Italia: ha proclamato la propria indipendenza da Tbilisi nell’estate 2008, dopo una breve guerra tra Georgia e Russia, uno dei pochi Paesi con cui ha relazioni diplomatiche, oltre che con Venezuela, Nicaragua, Nauru, Tuvalu, e con Abkhazia e Transnistria, anche queste ultime non riconosciute a livello internazionale.

Paolo_GentiloniMa per Mauro Murgia, rappresentante del governo ossetino per l’Italia, ciò non sembra un problema: in una dichiarazione rilasciata alla Tass, Murgia ha affermato di volersi avvalere per la rappresentanza in Italia della stessa esperienza che ha consentito all’Autorità nazionale palestinese di aprire missioni diplomatiche in più nazioni. Ed è proprio sullo status da attribuire alla rappresentanza ossetina che il governo italiano ha ribadito di non riconoscere l’indipendenza dell’Ossezia del Sud, ritenuta territorio georgiano, e di confermare pieno sostegno agli «sforzi negoziali nel quadro dei “Colloqui di Ginevra” per un consolidamento del dialogo fra Georgia e regioni separatiste». In una nota del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni (nella foto) viene anche specificato che alla missione ossetina e allo stesso Murgia non verrà conferito «alcun riconoscimento, né tantomeno status diplomatico».

Questa vicenda riapre ancora una volta la questione del vuoto giuridico che caratterizza gli Stati “a riconoscimento limitato”, e che la comunità internazionale è chiamata a colmare. Come? Ad esempio derogando alle procedure con le quali uno Stato può diventare membro delle Nazioni Unite (che prevendono il riconoscimento da parte di una maggioranza qualificata di Stati), e rispolverando un vecchio istituto caduto in disuso: il mandato Onu. In questa maniera, i territori sui quali non esiste una forma di sovranità internazionalmente riconosciuta potrebbero vedersi attiribuire lo status di “Mandatario“, e come tali verrebbero guidati da Amministrazioni o Agenzie speciali dell’Onu sulla base del rispetto dei diritti umani e delle libertà sancite dalle convenzioni e dalle dichiarazioni fondamentali delle Nazioni Unite. E non sarebbe poco.

UnitedNationsL’applicazione del Mandato agli Stati a sovranità limitata comporterebbe in particolare tre vantaggi, in grado di trasformare le grane attuali in una opportunità di rafforzamento dell’ordine mondiale. Il primo è che il nuovo status permetterebbe a questi territori di rispettare i diritti umani, emettere passaporti speciali per i propri cittadini, ospitare consolati di nazioni estere, appellarsi alle Corti internazionali per la risoluzione di contenziosi e stabilire normali relazioni commerciali con Paesi terzi. Il secondo è che queste misure fungerebbero da basi su cui costruire nuove relazioni che possano far superare il clima di sospetti e reciproche accuse. Il terzo, e forse il più importante, è che l’Onu si riapproprierebbe del ruolo per cui è stata costituita settantuno anni fa.

Alessandro Ronga

Foto © Wikicommons

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