“Come se mangiassi pietre”: W. Tochman racconta il massacro di Srebrenica

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Keller ristampa un libro necessario per tenere viva la memoria, un monito per un’Europa che non deve considerare la pace come un bene acquisito

3 novembre 2015 | di | Cultura - Libri - Politica

La dottoressa Eva Klonowski percorre l’ex Jugoslavia per recuperare i resti delle vittime scomparse durante il conflitto. Li ripesca dai pozzi, dalle grotte nelle quali sono stati gettati. Il suo è un compito infinito. Parte da un miscuglio di ossa per ricomporre le persone. La sua è una vera e propria lotta contro l’oblio, contro il nulla che minaccia la memoria degli uomini.

Inizia da qui il reportage di Wojciech Tochman dedicato alla guerra intestina che, dal 1991 al 1995, ha insanguinato i Balcani. Un libro necessario e terribile, un monito rivolto ad un’umanità costantemente sull’orlo del baratro, un avvertimento per un’Europa troppo spesso abituata a considerare la pace come un bene ormai acquisito, e non come un valore da conquistare passo dopo passo.

Come se mangiassi pietre recita il titolo, riferendosi al continuo digrignare dei denti che una madre, traumatizzata dagli eventi vissuti, non riesce a interrompere. Nel paesaggio devastato «le ossa spuntano da ogni parte, galleggiano nei pozzi». Solo una donna, caparbia e ostinata, prosegue nel suo lavoro faticoso e incessante. «Niente ossa, niente lutto», dice Mubina, una delle tante voci alle quali viene lasciato il compito di narrare l’orrore del conflitto. Ricomporre i corpi spezzati non è dunque solo un testardo impegnarsi in quello che appare come un macabro gioco di pazienza, è anche e soprattutto una maniera per restituire una parvenza di pace ai sopravvissuti.

«Dopo la guerra le persone sono cambiate. Non passano più a trovarsi nelle case, hanno smesso di ridere». La guerra non distrugge solo il territorio, ma anche le coscienze degli uomini. Così Tochman ci presenta un tessuto umano afflitto da un agghiacciante mutismo. Le persone sopravvivono in una condizione di perenne afflizione. «Le donne, quasi tutte disoccupate, tirano avanti a forza di calmanti», si dice ancora riguardo le abitanti di Vogošča. Gli stupri e la pulizia etnica perpetrata con lucida crudeltà hanno fatto terra bruciata. Uzeir, il marito di Madre Mejra, «si contorce tutto, quasi a volersi riparare dall’ennesimo calcio sferrato da un aguzzino invisibile». Sua moglie cerca disperatamente un indizio riguardo la morte dei suoi figli. Eppure tutti vogliono andarsene, fuggire, dimenticare.

Ma c’è qualcuno che rifiuta questo oblio. Qualcuno che si porta dietro i bambini per farli assistere alla difficoltosa procedura dell’identificazione, «perché non dimentichino». Il percorso può essere lungo e doloroso. Solo l’esame del DNA può fornire certezze. Partendo da questi poveri resti, Eva riesce a leggere l’appartenenza etnica. «Il femore di un musulmano è leggermente arcuato, perché i musulmani usano stare accosciati sui calcagni». Questa donna, costretta a tenere a bada le emozioni per non impazzire, sembra voler rimediare da sola alle ingiustizie del mondo.

Anche la narrazione di Tochman evita qualsiasi sentimentalismo. Il giornalista scrittore registra con lucida chiarezza le innumerevoli voci prima che queste scompaiano, lasciandoci soli con mille interrogativi nella testa.

L’11 luglio del 1995 la popolazione di Srebrenica viene massacrata dai serbi. Anni dopo i testimoni indicano i luoghi delle fosse comuni. Di solito restano in disparte, perché hanno paura. Grazie al lavoro di Eva molte salme trovano sepoltura, molte persone una pace forse effimera, perché «alcuni credono che la guerra sia sempre lì che cova sotto la cenere».

«Dopo tutto quello che abbiamo passato, come faremo a vivere gli uni accanto agli altri? Come faremo a guardarci negli occhi? Le persone non sono mica di pietra», grida Stojanka, sopravvissuta all’assedio di Sarajevo al contrario di suo marito, caduto in guerra. Un interrogativo valido per qualsiasi conflitto. Come potranno Russi e Ucraini convivere nuovamente in pace, come potrà la popolazione siriana ricostruire il proprio tessuto sociale, ripristinando una parvenza di normalità?

Tochman assiste alle esequie dei martiri ai quali è stato possibile attribuire un nome. «Non domandiamo niente a nessuno», recita l’ultima frase del libro, perché qualsiasi domanda rinnova le ferite, propaga il dolore. Si può solo raccontare quanto accaduto, lasciando una testimonianza scritta che ponga un momentaneo argine all’oblio.
Riccardo Cenci

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W.L. Tochman

Come se mangiassi pietre

Traduzione di Marzena Borejczuk

Keller Editore (182 pg. – € 14,50)

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