Elezioni nei Paesi Bassi karma per l’Unione europea. O no?

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Volano i mercati del Vecchio Continente, entusiasmo fra i leader. Ma fu vera gloria? Un rebus la formazione del governo per Rutte, che ha comunque perso seggi. E la Turchia…

16 marzo 2017 | di | Attualità - Europa - in evidenza - Politica

Il risultato delle elezioni olandesi, anche se non così chiare (non c’è stata una vera e propria affermazione degli “europeisti”, anzi il partito del premier ha perso seggi) hanno diffuso l’immagine della diga antipopulista, liberale, democristiana, ecologista contro la rivoluzione della Brexit e di Trump. Per questo il risultato ha fatto volare i mercati finanziari (Madrid e Milano sono state le borse valori con i migliori risultati di giornata, con +1,7%, mentre Amsterdam e Londra hanno aggiornato i massimi storici). Ed esultare i leader europei, da Merkel a Juncker, da Gentiloni a Hollande e Rajoy. Ma anche ulteriormente irritato Erdogan e il governo turco.

Da Ankara un fiume di dichiarazioni intrise di rabbia e d’odio, non solo per il premier uscente Mark Rutte ma verso tutta Europa. Il susseguirsi degli eventi degli ultimi giorni, tra cui la sentenza della Corte di giustizia Ue sul velo islamico (link), «sta facendo rapidamente scivolare verso i giorni precedenti la Seconda Guerra Mondiale». Soprattutto «dovete sapere di aver perso un amico come la Turchia», e chissà che sulla zona centro orientale non ricominci l’afflusso di poveri migranti e profughi nei prossimi giorni. Per il ministro degli Esteri turco Cavusoglu non c’è alcuna differenza tra socialdemocratici e Wilders, «avete dato inizio al collasso dell’Europa. Presto inizieranno le guerre di religione».

Tutt’altra reazione, ed era prevedibile, per le segreterie europee. Juncker ha immediatamente parlato di «un voto per l’Europa. I risultati delle elezioni in Olanda saranno un’ispirazione per molti». Il premier italiano Gentiloni, anche lui a caldo, ha twittato: «No #Nexit. Impegno comune per cambiare e rilanciare l’Ue». Francois Hollande ha celebrato la «chiara vittoria contro l’estremismo», mentre Angela Merkel ha atteso i risultati definitivi prima di commentare con «una buona giornata per la democrazia».

Hans Janssens (CDA), Wijnand Duyvendak (GroenLinks), Sjoerd Sjoerdsma (D66) en Bas Erlings (VVD)

Ma nei Paesi Bassi ora si fanno i conti sui numeri. Mark Rutte il giorno dopo le elezioni ragiona sul lungo negoziato che sarà necessario per comporre la coalizione di governo. L’ipotesi più accreditata è una formula a quattro, guidata dal Vvd assieme ai democristiani del Cda e ai liberali progressisti del D66, imbarcando magari anche gli ecologisti del GroenLinks (che hanno ottenuto il vero boom al voto). Ma ironia del caso, l’attuale (e probabile prossimo) premier dovrà gestire anche la prima assoluta dell’ingresso in parlamento di 3 parlamentari del Denk, il partito antirazzista fondato da due turco-olandesi (Tunahan Kuzu e Selcuk Ozturk, deputati fuorusciti dal Labour) che reclama diritti per gli immigrati.

Rutte che ha ottenuto chiaramente giovamento dallo scontro con Ankara ha solo rimandato l’assalto populista, islamofobo e antieuropeista di Geert Wilders al primo posto nei seggi. Perché il Pvv (partito di Wilders) cresce. Il suo Vvd di governo ha sì vinto mantenendo il primato e 33 eletti, ma è calato comunque nel numero di seggi (-8) e percentuali di consenso. E i fedeli alleati socialdemocratici del Labour PvdA, che hanno piazzato il “falco” Jeroen Dijsselbloem alle Finanze e all’Eurogruppo, oltre al primo vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans, sono stati addirittura decimati (solo 9 seggi, -29 in 5 anni).

Il Pvv in particolare ha vinto nell’entroterra, al confine con la Germania, in una lingua di comuni del sud stretta fra belgi e tedeschi. Capofila, benché madre e fratello – come riporta l’Agenzia Ansa – che ancora ci abitano non lo abbiano votato, la Venlo in cui Wilders è nato. «Rutte non si e’ sbarazzato di me», ha dichiarato il platinato leader islamofobo dopo averlo chiamato per congratularsi del risultato, sapendo bene che la partita non è affatto finita e ora si sposta in Francia, terra delle prossime elezioni in Europa. Determinanti, a detta di tutti, per la stessa esistenza dell’Unione europea. Così come in Germania dopo l’estate.

Non è detto che il copione sia lo stesso olandese nei prossimi appuntamenti elettorali del Vecchio Continente. Soprattutto se a dettare l’agenda continueranno ad essere i partiti estremisti e populisti. Sono le riflessioni che emergono a Bruxelles tra gli analisti dopo lo scampato “pericolo Wilders”. La speranza, ovviamente, è che le presidenziali francesi tra un mese e mezzo segnino la sconfitta per la leader del Front National Marine Le Pen, e che in autunno in Germania Alternative fur Deutschland di Frauke Petry sia ugualmente punita dalle urne. Ma secondo gli analisti i risultati che usciranno nei prossimi mesi dalle urne sono tutt’altro che scontati.

Frauke Petry (a destra), Marine le Pen e Geert Wilders (a sinistra) al meeting di Koblenz, in Germania

«Sarebbe una lettura semplicistica inquadrare queste elezioni come una vittoria per l’Ue e una sconfitta per l’euroscetticismo», sottolinea VoteWatch, think tank che monitora le votazioni degli Stati membri e del Parlamento europeo. Perché, come suddetto, al centro della campagna elettorale olandese c’è stata la questione migranti e lo scontro con la Turchia. Quasi uno «slittamento complessivo a destra», dove Rutte per vincere ha dovuto «irrigidire» i toni calcandoli proprio su quelli di Wilders. Una posizione non ripetibile per Francia e Germania, e che lascia anche un po’ l’amaro in bocca a chi propone lo scontro “di civiltà” senza sé e senza ma.

Per non parlare, poi, delle incertezze che il voto olandese apre, soprattutto sul fronte interno comunitario, a Bruxelles. Perché un nuovo governo formato da un’ampia coalizione di partiti sarà più fragile nelle sue prese di posizione in seno all’Unione europea. E soprattutto per la perdita di forza da parte dei due esponenti più in vista nelle istituzioni Ue, il già citato Dijsselbloem (che ha già dichiarato di voler portare a termine il suo mandato, che scade a gennaio 2018) alla guida dell’Eurogruppo e  il braccio destro di Juncker, Timmermans, più volte dato come suo successore alla presidenza della Commissione europea ma inevitabilmente indebolito dal voto di ieri. Uno scenario quindi di luci e ombre, vedremo nei prossimi mesi quali prevarranno.

 

Fiasha Van Dijk

Foto © de Volkskrant
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