Il museo dedicato al regista Paradjanov a Yerevan

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Una scoperta per chi vuole indagare non solo la produzione più intima dell’artista, ma anche l’anima più profonda dell’Armenia e il suo passato sovietico

24 febbraio 2017 | di | Cinema - Cultura

Nel centro di Yerevan, capitale dell’Armenia, un edificio colpisce per la sua disarmonia rispetto alle imperanti architetture socialiste. Una costruzione raccolta, più adatta alla campagna che a un paesaggio urbano. Vi si accede da un cortile, le cui pareti scure contrastano con il biancore abbacinante della neve. Un albero spoglio, dietro il quale si intravede un ballatoio, completa l’ingresso.  Sul muro in fondo una gigantografia di Sergej Paradjanov, le braccia aperte che sembrano voler accogliere il visitatore. Eppure il regista si trova dietro le sbarre di una cancellata, a ricordare la prigionia subita a causa del suo impegno artistico.

Un uomo coerente, il quale non mancava di stigmatizzare colleghi i quali, pur dotati di grande talento, erano disposti a uniformarlo alle aspettative del regime sovietico. Vicissitudini che Paradjanov visse invece sulla propria pelle, condannato al carcere perchè considerato un eccentrico con tendenze surrealiste che non aveva fiducia negli obiettivi della società socialista. Infatti il suo cinema, del tutto privo di retorica, destabilizzava le basi dell’estetica di stato, perturbava le certezze alle quali il popolo era costretto a uniformarsi.

Il suo peculiare stile registico non fu immune dall’insegnamento di Dovzhenko, il quale non a caso firmò il diploma consueguito dallo stesso Paradjanov presso l’Istituto Cinematografico di Mosca. Una maniera particolarmente originale, parca nell’uso dei dialoghi e dei movimenti di macchina, costruita su tableaux fortemente influenzati dalle arti figurative e da un gusto che rimanda ai codici miniati. La predilezione per effetti spiccatamente pittorici, la poetica fortemente lirica trovano diverse affinità con il cinema di Pasolini, che il regista armeno letteralmente adorava.

Paradjanov nasce a Tbilisi nel 1924, nell’allora Unione Sovietica. Le sue prime prove filmiche appaiono ancora acerbe, anche se il regista andava particolarmente fiero della pellicola realizzata in occasione del suo diploma (Favola moldava – 1951), che fu apprezzata dallo stesso Dovzhenko, e nella quale si possono già intravedere i futuri sviluppi della sua arte. Quando muore, nel 1990, lascia un corpus ristretto ma assolutamente rivoluzionario, all’interno del quale l’esito più noto è certo Il colore del melograno (1968). Quando gira un film è sempre nelle condizioni più difficili, con mezzi tecnici assolutamente poveri. Eppure rare volte la storia del cinema ha vissuto un tale sovvertimento estetico. Paradjanov modella un mondo tutto suo, che affascina proprio per la sua completa alterità.

Visitare il museo Paradjanov, ospitato nella casa che questi si stava facendo costruire ma che non abitò mai, significa entrare completamente nel suo laboratorio creativo. Curiosi oggetti costellano le sale espositive, ognuno con la propria storia. Ritratti familiari e poster accanto a fantasiosi collage, vere e proprie opere d’arte composte con bambole, frammenti di giocattoli, residui di servizi in porcellana ormai infranti. Paradjanov riciclava tutto quello che aveva a portata di mano, e lo impiegava per dar vita al proprio universo. Gesti formali che costituiscono un repertorio infinito.

L’aneddotica riguardo questi oggetti è pressochè inesauribile. Non di rado Paradjanov usava la sottile arma dell’ironia per combattere il regime che lo perseguitava. Quando venne imprigionato, riuscì a sopravvivere grazie a questo dono. Il suo timore più grande era quello di essere privato della propria arte. Per questo, precipitato nella situazione più drammatica, si dedicava alle opere grafiche. Un esercizio che affina la sua spiritualità, sublimandola in una dimensione metafisica.

Quando viene scarcerato ha prodotto più di ottocento lavori, molti dei quali sono esposti nel museo di Yerevan. Una lettera di Fellini testimonia del rispetto che il regista italiano nutriva nei suoi confronti. Suo grande amico fu anche Tarkovsky, con il quale condivideva una visione totalmente poetica dell’arte cinematografica.

Chi ama il cinema, e chi vuole entrare più a fondo nell’anima dell’Armenia, non dovrebbe disertare questo museo, poco conosciuto ai più. Il suo fascino è assolutamente magico. Grazie alle attente spiegazioni della guida si entra nel mondo più intimo e segreto di Paradjanov, si compone il romanzo avvincente e tragico non solo di un uomo, ma di un’intera realtà che rischia di perdersi nelle nebbie del tempo.

Testo e foto di Riccardo Cenci

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