In Ticino vince “Prima i nostri!”, referendum contro i frontalieri italiani

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Nel Cantone svizzero passa al voto la “preferenza indigena” dei lavoratori. Si pensa così di limitare qualsiasi iniziativa concorrenza proveniente da oltreconfine

25 settembre 2016 | di | Attualità - Lavoro - Politica

Il vento nazionalista sempre più forte nella parte centrale del Vecchio Continente. Dopo i segnali in Germania e Austria, ancora prima in Ungheria e Polonia, è la volta della Confederazione Elvetica. E così nella civilissima Svizzera i cittadini premiano l’iniziativa referendaria “Prima i Nostri”, promossa dal partito di destra Udc (Unione democratica di Centro) e sostenuta dalla Lega dei Ticinesi, ottenendo il 58% di sì a un testo referendario che prevede che «sul mercato del lavoro venga privilegiato, a pari qualifiche professionali, chi vive sul territorio». Sic et simpliciter.

valico_ch-it_brogedaAl Cantone svizzero al confine con l’Italia, dove si spostano per lavorare circa 62.000 frontalieri ogni giorno, l’iniziativa popolare è passata perché almeno 10.000 cittadini aventi diritto di voto hanno chiesto una revisione della Costituzione cantonale. E con la votazione di oggi, dunque, sarà scolpito nella Carta principale ticinese il principio dellapreferenza indigena” per favorire i lavoratori ticinesi rispetto a quelli provenienti dalla vicina Italia. I frontalieri per la maggior parte provengono dalle province di Como e Varese.

Come riportava l’Agenzia Ansa nei giorni scorsi, riportando quanto scritto da Piero Marchesi, presidente dell’Udc Ticino, e da Attilio Bignasca, coordinatore della Lega dei Ticinesi, sul blog dell’iniziativa si protestava sul come fosse fino a ieri “inammissibile che qualsiasi artigiano, impresario o lavoratore italiano possa ottenere un permesso di lavoro nel Cantone Ticino facendo due clic su Internet, mentre le ditte ticinesi per lavorare in Italia devono riempire chili e chili di scartoffie, per vedersi infine negata la relativa autorizzazione”.

dogana_ponte_chiassoOra invece sul mercato del lavoro sarà privilegiato, a parità di qualifiche professionali, chi «vive sul suo territorio rispetto a chi proviene dall’estero» e passa il principio per cui nessuno Stato estero ostacolerà «l’accesso di persone fisiche o giuridiche svizzere al suo mercato interno in modo contrario allo spirito dei trattati internazionali conclusi con la Confederazione». Come spesso avviene nei refendum popolari svizzeri il Gran Consiglio ticinese (ovvero il parlamento del Cantone, ndr) ha deciso di porre in votazione un controprogetto all’iniziativa, ma che è stato invece respinto dal 57,4% dei ticinesi. Ora la decisione dovrà essere avallata dall’Assemblea federale di Berna, per valutare la sua conformità al diritto confederale. Sempre ieri è stato bocciato un secondo referendum in Ticino contro “il dumping salariale”, con il 52,4% di no, mentre è stato approvato il controprogetto, con il 55% di voti positivi.

Un voto, dunque, che si esprime un’altra volta contro uno dei principi cardine dell’Unione europea, quello sulla libera circolazione dei lavoratori, visto l’esito del referendum a maggioranza del totale (50,3% dei voti, solo in Ticino 68,2%) dei cittadini svizzeri del 9 febbraio 2014. Fino ad ora, proprio per le difficoltà di applicazione e, soprattutto, per i tanti problemi creati alle iniziative comuni con la Ue (si pensi all’Erasmus), di fatto inattuato. Un po’ quello che sta accadendo nel Regno Unito dopo il referendum sul Brexit

 

Lena Huber

Foto © Wikicommons

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