Innsbrucker Festwochen der Alten Musik

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La città austriaca celebra i 450 anni dalla nascita di Claudio Monteverdi, iniziatore del teatro d’opera. Al Festival di Musica Antica, diretto da Alessandro De Marchi

2 settembre 2017 | di | Cultura - Musica

Troppo poco si è fatto e detto in Italia per ricordare i quattrocentocinquanta anni dalla nascita di Claudio Monteverdi. Eppure il suo contributo alla creazione dell’opera lirica è imprescindibile, enorme il suo influsso sul panorama musicale europeo. Concepita come intrattenimento cortigiano, dal proprio ambito ristretto l’opera si diffuse rapidamente, trasformandosi in spettacolo popolare. Il pensiero di Monteverdi sembra prefigurare in gran parte ciò che verrà dopo, la complessità dello scavo psicologico, la varietà delle situazioni, la convivenza di tragico e comico, con vette di lungimiranza che giungono fino al tardo Ottocento. Il Festival di Musica Antica di Innsbruck, attentamente guidato dal direttore artistico Alessandro De Marchi, non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione tanto ghiotta.

Della trilogia Monteverdiana “Il ritorno di Ulisse in patria” è il titolo più negletto e meno eseguito. Forse per questo De Marchi ha deciso di presentarlo al pubblico austriaco nel Tiroler Landestheater, sottoponendolo a una ampia operazione di restyling. Del resto la musica di Monteverdi non sfugge una certa dose di arbitrarietà. Come noto, nell’unico manoscritto ritrovato dell’opera, l’accompagnamento strumentale è indicato in maniera sommamente schematica. Compito del curatore orchestrare e armonizzare, operando scelte che, in ogni caso, possono essere discusse.

De Marchi fa un lavoro egregio, ampiamente spiegato nelle note al programma di sala. Ai musicisti viene lasciato spazio per l’improvvisazione e gli abbellimenti, ampiamente praticati all’epoca, mentre tutto viene tratteggiato riservando la giusta attenzione alle possibilità coloristiche dell’orchestra.  Il risultato è estremamente ricco e affascinante, anche se potrà scontentare i puristi della filologia più asciutta.

Inoltre De Marchi interviene sulla partitura, operando alcuni tagli e inserendo parti dei madrigali più conosciuti di Monteverdi, quali Il lamento della Ninfa e Zefiro torna. Che vi sia uno stretto legame fra le opere e la produzione madrigalistica è innegabile. Anche il piacere musicale che se ne ricava è indiscutibile. Così facendo, però, si avalla l’opinione di alcuni, secondo cui siamo di fronte al titolo più debole fra i tre sopravvissuti del corpus monteverdiano, il quale necessita di interventi per risultare digeribile agli odierni palati.

Qualunque sia il punto di vista, l’esecuzione è sontuosa, vitale e carica di ritmo teatrale. L’Academia Montis Regalis ha realizzato in pieno le intenzioni del suo direttore, dimostrando ancora una volta il proprio valore in questo repertorio.

Ottimo anche il cast vocale. Kresimir Spicer è un Ulisse baldanzoso, degnamente affiancato dalla bravissima Penelope di Christine Rice. Adeguatamente caratterizzato e vocalmente ineccepibile il personaggio di Iro, interpretato con accenti naturalistici ammirevoli da Carlo Allemano. Frizzanti nella loro perenne eccitazione sensuale Vigdis Unsgård (Melanto) e Petter Moen (Eurimaco). Apprezzabile il Telemaco di David Hansen, così come convince Jeffrey Francis nel ruolo di Eumete. Ottimo il terzetto dei Proci, con una menzione speciale per il controtenore Hagen Matzeit (Pisandro). Bravi gli altri.

Resta da parlare dell’allestimento. In primo luogo occorre dire che lo spettacolo è godibile, scorrevole dal punto di vista narrativo e teatralmente efficace. Il regista Ole Anders Tandberg spazza via l’aura seriosa del mito per calare la vicenda in ambiti geograficamente ben poco mediterranei, come quando Minerva, in omaggio al Tirolo, appare all’eroe vestita in un costume tradizionale.  Una sorta di doppio palcoscenico consente l’apertura di siparietti, all’interno dei quali si svolgono azioni parallele, mentre la scena unica principale mostra la sala di un ristorante dove Penelope appare come una sposa abbandonata dal proprio amato. Particolarmente divertenti alcune trovate, come quella dei Proci che improvvisano un improbabile ballo su tre gambe per conquistarsi i favori della regina. La recitazione è molto curata, e tutto funziona per il verso giusto. Se qualcosa manca è la commozione di certi momenti, o la solennità di altri, sacrificata in nome di un ritmo teatrale serrato e implacabile. Lo sbilanciamento verso l’aspetto ludico dello spettacolo mette un poco in ombra la mescolanza di tragico e di buffo, tratto distintivo dell’Ulisse.

Ulteriore importante tassello alle celebrazioni monteverdiane l’esecuzione del Vespro della Beata Vergine, presentato presso la Jesuitenckirche. Una partitura grandiosa, nella quale l’autore sfoggia una enorme varietà di mezzi espressivi e una inventiva senza limiti. Fastoso e intimo al tempo stesso, il Vespro si compone di brani eterogenei, apparentemente diversi fra loro, ma legati da una radice comune. Rinaldo Alessandrini, alla guida del Concerto Italiano, rende perfettamente le differenti atmosfere emozionali dell’opera, confezionando una lettura rigogliosa dal punto di vista sonoro. Buoni i solisti, in particolare i giovani tenori Raffaele Giordani e Gianluca Ferrarini.

 

Oksana Tumanova

Foto © Innsbrucker Festwochen / Rupert Larl

 

 

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