La Menorà, storia di un simbolo perduto

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Una mostra nella Città Eterna ricostruisce culto e mito dell’oggetto liturgico che apre un nuovo capitolo nei rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo

15 maggio 2017 | di | Eventi - Mondo - Religione

Per la prima volta viene organizzata a Roma nel Braccio Carlo Magno, in piazza San Pietro e presso il Museo della Comunità Ebraica nel cuore del Ghetto, una mostra che resterà aperta fino al 23 luglio, su un oggetto importantissimo per la religione ebraica e per la storia. Si tratta della Menorà, il candelabro a sette braccia fatto forgiare da Mosè per espresso volere del Signore. L’oggetto insieme ad altri arredi sacri rappresentava nella tradizione ebraica il simbolo alto della identità di questo popolo.

Questa mostra straordinaria “La Menorà, Culto storia e mito” si è potuta realizzare grazie all’infaticabile determinazione di due donne: Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani e Alessandra Di Castro a capo del Museo Ebraico di Roma. Frammenti storici di straordinaria importanza ben 120 esposti in Vaticano e dieci nel Museo ebraico. Mezzo mondo culturale ha prestato i suoi tesori per questo evento dove religione e bellezza si coniugano con la storia del popolo ebraico. Vi hanno contribuito il Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, l’Israel Museum, l’Albertina di Vienna, il Museo Sefardì di Toledo.

La luce che promana dalle sette braccia della Menorà ha sempre illuminato nei secoli il cammino degli ebrei. Il peregrinare di questo oggetto liturgico è pieno di storie avvincenti con testimonianze che si sono tramandate nei secoli superando le barriere del tempo e dello spazio. Come è scritto nell’Esodo il Signore ordinò a Mosè di forgiare il candelabro in un’unica colata di oro  per la cui fusione fu impiegato un talento d’oro puro di 34 chili. L’Altissimo ordinò a Mosè che le lampade del candelabro ardessero perennemente nel tabernacolo utilizzando un olio puro di olive schiacciate.

Dal tempo di Salomone (586 a.e.v.) la Menorà rimase al suo posto nel Tempio di Gerusalemme, fino a quando il sovrano babilonese Nabucodonosor II, durante il regno di Yoiakhim, mise a ferro e fuoco questa città, distrusse il Tempio razziandone tutto il contenuto. Nabucodonosor fece trasportare tutti gli “oggetti più preziosi del Tempio” in Babilonia. L’imperatore persiano Ciro II, si parla nel libro di Esdra, vincitore nel 538 a.e.v. sui babilonesi, consentì al popolo di Israele di ritornare in patria e ricostruire il Tempio.

Gli arredi del Tempio furono restituiti e rimessi al loro posto. Nel lungo percorso dei secoli si arriva a Roma in quanto si ha notizia che nel 71 d.C. una Menorà giunse nella capitale dell’impero, direttamente da Gerusalemme dopo la distruzione del secondo Tempio e fu portata in trionfo (vedi immagine in apertura) come bottino di guerra dalle truppe imperiali di Tito (a sinistra un busto dell’imperatore). Qui divenne l’emblema più rappresentativo della religione ebraica. Le fonti dicono che venne esposta, con altri tesori, nel Tempio della Pace ai Fori fatto erigere da Vespasiano. Lo storico Flavio Giuseppe ne dà notizia con una descrizione accurata. E arriviamo al 455 d.C quando i barbari di Genserico invasero Roma e proprio qui se ne perdono le tracce.

Tra le “voci” sulla fine della Menorà c’è quella che sarebbe custodita segretamente in Vaticano e nel 2004 in occasione di un incontro di Giovanni Paolo II con due Rabbini di Israele, ne chiesero notizia al Pontefice ma questi rassicurò che si trattava solo di leggenda. Nel 1818 un certo Giuseppe Naro costituì a Roma una società per rintracciare con due barche nel Tevere sia la Menorà che altri tesori ma fallì miseramente nell’intento. Cè da dire che il simbolo ebraico decora molte opere d’arte cristiana, come nel Santuario della Mentorella, nel Duomo di Prato, in quello di Pistoia in molte chiese tedesche e non ultimo il Duomo di Milano simbolo inconfutabile di “luce per tutti”, ebrei e cristiani.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Giancarlo Cocco

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