La Turchia si ferma per ricordare il tentato golpe

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Un anno fa l’ambiguo colpo di Stato. Erdogan in piazza, una settimana dopo la manifestazione delle opposizioni. La distanza dall’Europa e dall’Occidente aumenta

16 luglio 2017 | di | Eventi - Mondo - Politica

Ieri si è festeggiato in Turchia lo sventato golpe militare da parte del “popolo”. Un bagno di folla con cui il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha voluto rispondere alla mancata solidarietà dei Paesi Occidentali – alleati nella Nato – e al tentativo dell’opposizione di una settimana fa, quando centinaia di migliaia di persone accolsero a Istanbul il leader del Partito Popolare Repubblicano (Chp) Kemal Kılıçdaroğlu, al termine dei 25 giorni della “marcia per la giustizia” contro le purghe di massa.

La stessa opposizione che non era presente in Parlamento per protestare contro la cancellazione del discorso del suo leader, quando Erdoğan di ritorno dal corteo che ha attraversato il ponte sul Bosforo a Istanbul, si è rivolto ad Ankara al Parlamento riunito in una sessione straordinaria alle 02:32, l’ora in cui l’aviazione golpista iniziò i bombardamenti sull’edificio. E proprio nella reazione di allora resta il ricordo di una Turchia unita: la scorsa estate, davanti alla folla oceanica della piazza di Yenikapi a Istanbul, governo e minoranza erano insieme sullo stesso palco per condannare il colpo di Stato.

Ebbene, un anno dopo essersi salvato dal tentativo armato di rovesciarlo, su cui anche lo stesso leader dell’opposizione comincia ad avere dei dubbi, Erdoğan ha festeggiato con il suo popolo. Fino all’alba, cortei, preghiere e commemorazioni hanno occupato piazze e moschee in tutto il Paese, in quella che è diventata una giornata di festa pubblica. Sul primo ponte che collega Asia ed Europa a Istanbul, nel tardo pomeriggio è iniziato il “corteo di unità nazionale”. Un cammino simbolico cui hanno preso parte, in un tripudio di bandiere turche, decine di migliaia di persone, ritrovatesi nel punto dove esattamente un anno fa, intorno alle 22 locali, i tank bloccarono gli accessi dando avvio al tentativo di putsch più strano della storia turca (e non solo).

Alla marcia sull’ex ponte del Bosforo, ribattezzatodei Martiri del 15 luglio” (Erdoğan ha inaugurato anche il “Memoriale” di fronte al palazzo presidenziale), ha fatto seguito dalla mezzanotte la riproposizione delleronde di guardia della democrazia“, con cui lo scorso anno dopo il golpe i fedelissimi del presidente occuparono strade e piazze per circa un mese. Riprenderanno per 24 ore in tutta la Turchia, insieme a momenti di preghiera islamica per ricordare le circa 250 vittime (e più di duemila feriti) del putsch, che il presidente definì un “dono di Dio”. Nel suo discorso, oltre alle lodi della resistenza del popolo turco, la riproposizione della pena di morte, che chiuderebbe definitivamente la porta dell’adesione all’Unione europea.

Proprio contro l’Europa e gli Stati Uniti i messaggi più decisi di attacco del presidente, un crescendo considerate le posizioni del “nuovo sultanoal potere come premier prima e poi come presidente con pieni poteri dopo l’ultimo referendum costituzionale di aprile vinto con appena il 51,4% dei consensi fin dal 2003, soprattutto nei confronti dei leader che mai hanno fatto arrivare la propria solidarietà per i fatti successi esattamente un anno fa. «Non c’è modo di addolcire il tradimento dell’amicizia della Turchia» aveva già dichiarato nei giorni scorsi il presidente, riferendosi in particolare alla mancata estradizione dagli Usa di Fethullah Gülen, considerato la mente del golpe, e all’asilo concesso in alcuni Paesi europei ai suoi presunti accoliti (il “predicatore” conterebbe su strutture in 150 Paesi, come ha dichiarato l’ambasciatore della Turchia a Sofia Sleyman Gke).

In realtà i rapporti con Bruxelles si sono definitivamente logorati con le maxi-purghe che hanno portato a più di 50mila gli arresti e 150mila le epurazioni, le ultime neppure 48 ore fa. Il pugno duro presidenziale, con gli arresti di una dozzina di deputati dell’opposizione e oltre 150 giornalisti, ha spinto oltre il baratro le relazioni con il Parlamento europeo, che pochi giorni fa ha chiesto la sospensione dei negoziati di adesione «se il pacchetto di riforme costituzionali», approvato con il già citato ultimo referendum costituzionale, «sarà attuato senza modifiche». Sul presidenzialismo che sconvolgerà l’architettura costituzionale della Turchia pende ancora un ricorso dell’opposizione alla Corte europea dei diritti umani. Anche se nei fatti i rapporti con l’Europa restano imprescindibili, convogliando oltre la metà degli scambi commerciali di Ankara, ma soprattutto grazie agli accordi sui migranti che permettono al Paese di ottenere 3 miliardi di euro l’anno.

Certo, la nuova minaccia della reintroduzione della pena di morte – abolita nel 2004 proprio per l’ingresso nell’Unione europea – unita alle dichiarazioni dell’ultimo periodo di Erdoğan di «non essere più indispensabile» (l’Ue, ndr), accusandola di fargli «perdere tempo» e assicurando di aver in tasca «piani B e C», tra cui spicca l’avvicinamento alla Russia soprattutto da quando si è trovata la convergenza trilaterale sulla Siria insieme all’Iran e l’acquisto imminente da Mosca del sistema di difesa antiaerea S-400. Una svolta che ha accresciuto anche le divergenze con la Nato a trazione Usa. Da Trump, il presidente non ha ottenuto né l’estradizione di Gülen, né la rottura con i curdi siriani dell’Ypg (“Unità di Protezione Popolare“, milizia curda a nord della Siria). Considerando che la parola Kurdistan sarà perfino bandita nei prossimi giorni, il futuro non fa per niente ben sperare (l’Occidente).

 

Ayla Şahin

Foto © Al Jazeera

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