L’Europa delle barriere, delle discriminazioni e del filo spinato

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Cosa resta dell’utopia europea. Le politiche di chiusura rischiano di minare la già fragile ripresa economica. Mentre l’estrema destra avanza in quasi tutti gli Stati dell’Ue

27 aprile 2016 | di | Europa - Politica

In principio fu l’Ungheria. Da quando il premier Orban decise di chiudere la frontiera con la Serbia, per arginare il flusso crescente di profughi, le barriere all’interno dell’Europa si sono moltiplicate. Ultima in ordine di tempo quella in costruzione al valico del Brennero, che gli austriaci stanno erigendo per cautelarsi contro la presunta inefficienza della macchina italiana, colpevole a loro dire di non controllare in maniera adeguata la massa di immigrati in arrivo nel nostro Paese.

Come appaiono lontani i trionfalismi legati al crollo del muro di Berlino. L’utopia di un’Europa unita e solidale sembra destinata a infrangersi contro il muro dell’egoismo. Eppure dovrebbe essere chiaro che nessuna barriera è in grado di risolvere i problemi mondiali. La storia insegna che il rinchiudersi nel proprio recinto, cercando di preservare un benessere precluso al resto del pianeta, non è la soluzione. Eppure i governi locali seguitano nella propria politica cieca e assolutamente anacronistica.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama fa bene a ricordare che il mondo non ha bisogno di muri, ma sembra dimenticare che il suo Paese adotta una politica similare nei confronti degli immigrati provenienti dal Sud America. Le barriere costruite al confine con il Messico e le statistiche riguardo le persone morte nel tentativo di attraversarlo sono una testimonianza che non ha bisogno di commenti.

Nel frattempo l’estrema destra avanza in quasi tutti gli Stati dell’Unione europea. Sembra che tutti abbiano dimenticato gli orrori delle dittature, le persecuzioni nei confronti delle minoranze, le devastazioni della guerra. E’ davvero facile orientare l’elettorato sbandierando il pericolo di un’invasione imminente.

P028057000502-484744Anche la civilissima Austria, culla della cultura mitteleuropea, sembra aver obliato la vergogna dell’anschluss (l’annessione forzata alla Germania hitleriana), delle umiliazioni subite nel corso della sua storia, e appare pronta a chiudersi in un gretto egoismo. In quest’ottica le sottigliezze linguistiche adottate dal presidente Heinz Fischer (nelle foto con la Mogherini in apertura e con il presidente della Commissione Juncker), il quale si ostina a parlare di management di confine, appaiono assolutamente ridicole. Al contrario il trionfo dell’estrema destra alle recenti consultazioni rappresenta un segnale preoccupante, assolutamente da non sottovalutare.

L’Austria è oggi un Paese spaccato in due, simbolo di un’Europa altrettanto lacerata fra la necessità di preservare i propri valori fondanti e le paure sparse a piene mani da chi vuole approfittare della situazione. Senza contare il fatto che il ripristino dei controlli alle frontiere avrebbe ripercussioni negative sul libero commercio, come già paventato dalle imprese austriache e italiane, e sul turismo.

In questo contesto serve una riflessione seria e circostanziata, esente da reazioni impulsive e avventate. Finchè l’Africa sarà solo terreno di sfruttamento, finchè il Medio Oriente sarà preda di conflitti infiniti la situazione resterà critica. Finchè non si riuscirà a ripensare il sistema capitalistico, cercando di estendere modelli di sviluppo praticabili anche nei Paesi del cosiddetto Terzo mondo, le migrazioni saranno continue e inarrestabili, con buona pace di chi pensa di risolvere ogni problema con il filo spinato.

Riccardo Cenci

Foto © European Union , 2015

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