L’Eurovision Song Contest si è politicizzato: un vero peccato

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Troppi indizi fanno una prova: la vittoria della cantante ucraina Jamala con un brano esplicitamente antirusso segna uno spartiacque nella storia dell’Eurofestival

16 maggio 2016 | di | Attualità - Musica

Se c’è qualcosa, oltre alla Uefa Champions League, che da Oporto agli Urali assurge a simbolo identità europea, quello è l’Eurofestival, o meglio l’Eurovision Song Contest, la manifestazione canora continentale che da oltre mezzo secolo vede in gara cantanti provenienti da ogni parte del Vecchio Continente. Personalmente, non ho mai trovato elevata la qualità dei brani delle diverse edizioni a cui ho assistito, ma ammetto che guardo volentieri ogni anno l’ESC perché mi piace vedere musicisti di Paesi così diversi confrontarsi su di un palco, accompagnati da uno sventolio costante di bandiere di ogni colore e votati da cittadini di ogni angolo d’Europa.

stalin-2Per questo trovo che sia un vero peccato che questa atmosfera venga guastata da beghe politiche che, almeno per una sera, potrebbero e dovrebbero restar fuori dalla porta. L’edizione 2016 ad esempio ha visto un testa a testa Russia-Ucraina con vittoria finale della rappresentante di quest’ultima, e sarebbe potuta passare alla storia proprio per un confronto pacifico tra due nazioni che in pace non sono da oltre due anni. Peccato però che la bella ucraina Jamala abbia portato in concorso e vinto con un brano dedicato ai suoi avi tatari deportati da Stalin nel “1944” (che è il titolo del brano) per punirli della loro collaborazione con gli occupanti nazisti: un brano con troppe sfumature politiche d’attualità, nonostante il regolamento vieti espressamente temi di questo genere nei testi delle canzoni in gara. Ed un’interpretazione del genere, sommata al fatto che Jamala è anche nata in Crimea, è suonata un po’a tutti essere in chiave antirussa.

Peccato davvero. Anche perché a consentire a Jamala di prevalere sul cantante russo Sergei Lazarev (primo al televoto, nonostante il voto contrario dei Paesi dell’Europa Orientale) è stato il verdetto della giuria interna: colpita dall’interpretazione della mora cantante ucraina o intenzionata a sovvertire l’esito del televoto in favore di un tema sgradito a Putin? Certo è, come era lecito attendersi, un simile esito non ha contribuito a portare un po’ di distensione nei rapporti tra Mosca e Kiev.

ESC2014_winner's_press_conference_A.OlssonCome se non ce ne fossero già abbastanza, ora tra Est e Ovest aumentano pure le diatribe in musica. Non bastassero le polemiche dell’edizione 2014, quando la vittoria (inattesa) della barbuta drag-queen austriaca Conchita Wurst (foto) venne vista da molti come una maliziosa provocazione verso Putin per le norme che limitano le manifestazioni LGBT in Russia, ora arriva una cantante ucraina d’origine tatara che va a gettare benzina sul fuoco.

Già perché proprio sulla questione tatara l’Ucraina sembra aver scoperto recentemente un inedito feeling con un’altra nemica di Mosca: la Turchia. Il vertice tra Erdogan e Poroshenko di inizio marzo ha visto la firma di importanti accordi economici, ma quando il presidente ucraino ha ringraziato il suo omologo turco per essersi schierato contro l’annessione russa della Crimea, la nascita ufficiale di una partnership politica e militare contro Putin è divenuta palese.

Refat_Chubarov_2014-05-18Senza poi considerare l’esplicito sostegno economico e politico che la Turchia intende conferire ai Tatari turcofoni, che costituiscono il dieci per cento della popolazione della Crimea, fino al 2014 in rapporti non sempre idilliaci con il governo di Kiev. Ma il passaggio della Penisola sotto la bandiera russa è stato un colpo di spugna su vecchie ruggini, tanto che della delegazione ucraina che ha incontrato Erdogan ha fatto parte anche Refat Chubarov (foto), massimo rappresentante della minoranza tatara di Crimea. Che sulla Penisola della discordia ora si ritrova alleata del governo ucraino nella loro sfida a Mosca.

Alessandro Ronga

Foto © Wikicommons/A. Olsson

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