May: «minacce Ue per condizionare il voto UK». Aumenta la pressione

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Continuano le schermaglie per la Brexit. Londra non ha nessuna intenzione di pagare i circa 100 miliardi di euro previsti dal Financial Times. Per Bruxelles mai menzionate le cifre

4 maggio 2017 | di | Attualità - Europa - in evidenza - Politica

Come era facile immaginare il negoziato per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non è nemmeno iniziato che già il clima si fa incandescente. Tra Londra e Bruxelles è tutto un fiorire di dichiarazioni al vetriolo. Soprattutto un’incattivita Theresa May, fissate le elezioni anticipate, comincia anche a fini elettorali a sparare siluri. La premier britannica, indispettita anche dai resoconti circolati sulla cena della settimana scorsa col presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, accusa funzionari e leader Ue di aver travisato la sua posizione, nel tentativo di condizionare il risultato delle urne.

Michel Barnier

«In questi ultimi giorni abbiamo visto quanto saranno duri questi negoziati», ha commentato ieri la May, subito dopo l’incontro con la regina per lo scioglimento del Parlamento, in vista delle elezioni del prossimo 8 giugno. «La posizione della Commissione si è indurita. E politici e funzionari europei hanno rivolto minacce contro la Gran Bretagna. Tutti questi atti hanno lo scopo deliberato di condizionare il risultato delle elezioni». In mattinata il capo negoziatore, per conto della Commissione europea, Michel Barnier aveva ribadito che la «Gran Bretagna dovrà saldare i conti per gli impegni presi con l’Ue, né più, né meno». Ma «non c’è alcuna punizione», alcuna «tassa per l’uscita. Nessun assegno in bianco».

La questione degli obblighi finanziari – per gli analisti uno dei principali scogli sulla strada dell’accordo – è tornata a surriscaldare il clima, dopo che il Financial Times ha pubblicato una propria stima, secondo cui il conto per il Regno Unito potrebbe salire fino a 100 miliardi di euro, ben oltre i 60 immaginati fin qui. In particolare, l’analisi del quotidiano finanziario avrebbe tenuto in considerazione le richieste dei Paesi membri, soprattutto quelle di Francia e Germania, segnalando «un indurimento». La reazione di Londra è stata immediata: il Regno Unito non ha alcuna intenzione di pagare 100 miliardi di euro, ha chiarito il ministro per la Brexit David Davis. «Salderemo quanto legalmente dovuto, non ciò che l’Ue vuole».

Per il momento, però, Bruxelles non dà cifre. «Anche se ci sono numeri che circolano, fino a quando non sarà stata definita una metodologia, non si potrà parlare di somme», ha spiegato Barnier, limitandosi ad osservare: «Quello che ho constatato alla cena» a Londra «della settimana scorsa, è che su questo tema, come su altri, c’è una divergenza di posizioni». La Brexit «avrà conseguenze materiali sulla vita di tutti e non sarà né indolore, né veloce», ha ammonito il capo negoziatore europeo, richiamando la necessità di «sforzi» da parte della Gran Bretagna. Al tavolo – ha promesso – «sarò concentrato su fatti, cifre, leggi e soluzioni e non mi lascerò guidare da emozioni o ostilità». Occorre mantenere «il sangue freddo» e restare «orientati alle soluzioni». «Ci prepariamo a tutte le opzioni», ma «l’obiettivo è trovare un accordo». E «il tempo stringe».

«I media producono numeri ma per quanto ne so non è mai stata menzionata una cifra», ricorda il coordinatore del Parlamento europeo per la Brexit, Guy Verhofstadt, in merito al conto che l’Ue vorrebbe fare pagare alla Gran Bretagna per l’uscita dall’Unione europea. «Si è parlato di vendetta e di punizione» – afferma Verhofstadt riferendo davanti alla commissione Affari costituzionali dell’Eurocamera – «ma non si tratta per nulla di questo. Non ho mai divorziato ma in un divorzio ci deve essere un’accordo finanziario tra le due parti». Verhofstadt sminuisce anche il peso delle schermaglie dialettiche di questi giorni. «Sono stato coinvolto in molti negoziati difficili, l’aumento della pressione che abbiamo visto di recente non mi sorprende». In ogni caso, avverte, «la situazione non cambierà fino al 9 giugno dopo le elezioni in Gran Bretagna, quando inizieranno i negoziati veri».

Intanto la Brexit continua a produrre esodi. Jp Morgan si dice pronta a spostare centinaia di dipendenti dai suoi uffici londinesi a Dublino, Francoforte e Lussemburgo, per prepararsi allo scenario di una perdita del “passaporto bancario europeo” della City dopo l’uscita dall’Ue. Useremo «le tre banche che già abbiamo in Europa come punti di ancoraggio delle nostre operazioni», ha dichiarato in un’intervista a Bloomberg Daniel Pinto, il responsabile dell’investment banking di Jp Morgan. «Dovremo spostare centinaia di persone nel breve termine per essere pronti fin dal primo giorno, quando termina il negoziato, e poi decideremo sui numeri per il lungo termine».

 

Elena Boschi

Foto © Daily Express

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