Nel Portico di Ottavia, quel 16 ottobre 1943

  • Condividi questo articolo

Nel cuore di Roma 74 anni fa la razzia degli ebrei. «Rimane lo shock che hanno ancora tutte le famiglie». Di 1022 deportati quel giorno soltanto 15 fecero ritorno

14 ottobre 2017 | di | Attualità

Il ricordo di quel sabato 16 ottobre 1943, in cui Roma si svegliò sotto il terrore, si fa sempre più lontano.

Cosa rimane oggi di quel giorno infausto, spuntato sotto una pioggia battente che sembrava attutire i passi, le grida e gli spari dei soldati tedeschi in azione di rastrellamento contro gli ebrei della capitale, la cui storia millenaria sembrava che stesse per essere cancellata?

Quel giorno, quel sabato piovoso all’alba, quel “sabato nero”, Roma subì una violenza disumana, una ferita che ancora oggi fatica a rimarginare. «Rimane lo shock che hanno ancora tutte le famiglie – risponde uno dei figli dei deportati -. Quello che si vive dentro le case dei deportati è di non avere più i genitori, fratelli, sorelle, nipoti che sono stati inviati ai forni crematori. È uno shock che si trasmette di padre in figlio. È una ferita che ancora non rimargina».

Nei giorni successivi alla retata, uno scrittore, un critico letterario, Giacomo Debenedetti ha scritto il libro “16 ottobre 1943”, una cronaca minuziosa, precisa, corale, facendo parlare la gente comune, pubblicato nel novembre del 1944 da una piccola casa editrice (OET) di Roma. Un capolavoro letterario, alla stregua della “Colonna infame” di Alessandro Manzoni o “Giornale della peste” di Daniel Defoe, come ha scritto Alberto Moravia nella prefazione alla ristampa dopo molti anni di quell’introvabile prima edizione in volume.

Debenedetti entra con una tale partecipazione umana da farci rivivere il dramma di quell’alba piovosa nel ghetto come se fosse stato presente a ogni scena. A chi lo interrogava su questo racconto, Debenedetti rispondeva: «Io sono un critico, questo è il mio unico mestiere letterario. Il 16 ottobre è stato scritto da chi l’ha vissuto direttamente. Meglio attribuirlo a un Anonimo Romano, come quello che ci ha lasciato la “Vita di Cola”».

Le strade, le vie della razzia, sono tutte all’interno di quel piccolo microcosmo che tutti, da secoli, a Roma conoscevano con il nome di Ghetto: Via del Tempio, Via del Progresso, Via del Portico d’Ottavia, Via Sant’Angelo in Pescheria, Via della Reginella. Dove al numero 2 abitava la ventiduenne Settima Spizzichino, che fu presa insieme con la cinquantaquattrenne madre Grazia, le due sorelle Ada e Giuditta con la figlia Rosanna di 18 mesi, e portati al Collegio Militare in Piazza della Rovere per essere tradotte ad Auschwitz e fu l’unica donna con altri 14 uomini a far ritorno a Roma dei 1.022 ebrei romani deportati il 16 ottobre 1943. Nessuno degli oltre duecento bambini presi nella retata è mai tornato.

«Non abbiamo avvertito spari né rumori assordanti quella notte – ha raccontato Settimia Spizzichino poco prima della morte avvenuta il 3 luglio 2000 – forse perché ero molto giovane e avevo il sonno pesante. Però c’era un silenzio di tomba, un silenzio particolare. Il convoglio con gli ebrei ammassati come bestie dentro i treni – prosegue Settimia – si è fermato a Padova e la Croce Rossa ci ha preparato una zuppa di minestra, che io non ho mangiato. Sul treno ho avuto dei collassi, disturbi fisici». La madre, Grazia, per infonderle coraggio e con tutto il candore di questo mondo le ripeteva: «Non ti preoccupare, all’arrivo ci sarà il dottore, mica ci ammazzeranno! Siamo arrivati ad Auschwitz di mattina, dopo sei giorni di viaggio, e abbiamo visto quella gente ridotta come scheletri, pareva vecchia, rivestita di stracci. Mia sorella, sfiduciata esclamò “Mica usciamo vivi da qui!”».

Il racconto di Settimia scende nei particolari: «Prima l’incisione indelebile del numero sul braccio (il mio rimarrà per sempre il 66210), poi la tosatura. Le docce, che non erano docce perché usciva poca acqua e quella poca che usciva era bollente. Infine il vestiario, che veniva preso al volo tra una montagna di vestiti senza poter guardare la grandezza. Dopo tutti questi passaggi da operetta che servivano a degradare e ad annullare la persona, la sospirata baracca per riposare dopo una giornata d’inferno. Mentre attendavamo, un’internata sorrise a mia sorella, le accarezzò la mano lasciandole cadere come dono una radice. Lì per lì non capimmo, tanto che mia sorella gettò via quel dono; quella donna le aveva donato un giorno di vita. E’ impossibile descrivere, raccontare una cosa simile. Non c’è descrizione. Ho passato delle selezioni che Dio solo sa, sono stata molte volte sul punto di essere inviata alle camere a gas. Ma la mia forza di volontà, e anche un po’ di fortuna, mi ha salvato. Io mi devo salvare, io devo tornare, mi ripetevo. Sono stata liberata il 15 aprile 1945 (il 15 aprile è il giorno del mio compleanno e tutte le cose importanti della mia vita sono avvenute il 15 aprile) dagli anglo-americani nel campo di concentramento di Bergen-Belsen dopo un anno e mezzo d’inferno. Sono giunta a Roma irriconoscibile, pesavo 30 chili. Poi con l’aiuto dei parenti e delle amiche ho ricominciato a vivere».

Tutto questo è stato e anno dopo anno i pochissimi sopravvissuti a quel giorno infausto sono scomparsi. È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo, ammoniva Primo Levi.

 

Enzo Di Giacomo

Foto © Enzo Di Giacomo

  • Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *