Palmira: quando la città del deserto era un melting pot di culture

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Un libro di Paul Veyne racconta il passato cosmopolita del sito ancora sotto attacco dell’Isis e spiega perché è nel mirino dei terroristi

13 dicembre 2016 | di | Cultura - Libri

Due giorni fa l’Isis è tornato a occupare Palmira, Patrimonio mondiale dell’umanità secondo l’Unesco. Una delle più belle città greco-romane dell’antichità torna a essere campo di battaglia, per i suoi abitanti e per le vestigia superbe, che hanno già pagato un prezzo altissimo durante i dieci mesi di occupazione del Califfato, fino al marzo scorso. Un prezzo di sangue che include la scomparsa del professor Khaled al-Asaad, l’archeologo decapitato nell’agosto del 2015 per non aver voluto collaborare al traffico di reperti che ha rimpinguato le casse dell’Isis e che ha privato la Siria già martoriata dei suoi tesori. Al-Asaad, 82 anni, ha scelto di morire per difendere quelle pietre e quegli idoli ai quali ha dedicato quarant’anni della sua vita in veste di direttore generale delle antichità di Palmira.

Palmira_Esec.inddAllo studioso siriano, lo storico e archeologo francese Paul Veyne ha dedicato il libro Palmira, che vale la pena leggere. Con il piglio di una “guida turistica nel tempo” – così si autodefinisce l’autore – l’anziano professore aiuta il lettore a scoprire perché questa città sperduta nel deserto siriano è stata così importante, al punto da rappresentare anche oggi un simbolo da colpire.

I monumenti contro i quali la barbarie dei terroristi si è accanita risalgono circa al 200 della nostra era. Testimoniano di una città carovaniera e mercantile, che aveva fondato il suo benessere sul commercio con la Persia, da cui importava beni provenienti dall’India e dalla penisola arabica, per nave attraverso il Golfo Persico o lungo la Via della Seta. Erano ricchi e sofisticati, i palmireni: parlavano tutti greco – che era l’inglese dell’epoca – ma fra le mura di casa mantenevano l’uso della loro lingua originaria, l’aramaico, che si ritrova anche nelle iscrizioni bilingue che ci hanno lasciato nei loro mausolei.

Quando entrano nell’orbita di Roma, i palmireni accolgono la cultura imperiale diversamente dai greci o dagli ebrei, che conservarono con orgoglio nazionalistico la propria identità. La città del deserto fa propri i costumi romani e nel tempo diventa così potente da generare un personaggio singolare come Zenobia, la sovrana palmirena che tentò di impadronirsi di Roma.

Quanto alla religione, a Palmira i templi non mancavano: ogni tribù aveva le sue divinità e ciascuno era libero di pregare il dio che preferiva. Uno dei più venerati era Baalshamin, ci ricorda Veyne, dio della pioggia, fondamentale in un’area arida per dissetare gli esseri umani e il terreno.

Contro il tempio di Baalshamin si è accanita la furia distruttrice dell’Isis. Perché era dedicato a una divinità pagana? No. Secondo Paul Veyne – ed è questo uno dei passaggi più interessanti del suo libro – perché questo tempio è caro agli Occidentali, per il peso che noi attribuiamo alla cultura e alle credenze del passato. Gli islamici che l’hanno distrutto hanno voluto ribadire che loro sono diversi da noi, che non condividono i nostri valori.palmira-4

Con il suo ruolo di melting pot di culture – greca, romana, aramaica, persiana, araba, egizia – Palmira è un esempio fulgido di cosmopolitismo prospero e pacifico. Proprio quanto dà più fastidio a chi propugna una verità suprema, con la presunzione arrogante che sia l’unica ad avere il diritto di esistere. Ecco perché anche noi in Occidente non dobbiamo dimenticarci di Palmira, di quanto ha rappresentato e di quanto continua a rappresentare.

Maria Tatsos

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Palmira di Paul Veyne

106 pagine, 15 euro

Casa editrice Garzanti, 2016

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Foto di Maria Tatsos

 

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