Rischio arresto europeo per gli indipendisti della Catalogna

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Sempre più intricata la situazione dopo la “fuga” a Bruxelles di Puigdemont, che però non chiede asilo politico. Intanto da domani partono interrogatori e sequestri di beni

1 novembre 2017 | di | Attualità - Europa - in evidenza - Politica

«Carles Puigdemont è giunto a Bruxelles da cittadino europeo, nel cuore dell’Unione europea. In quanto tale, gode di tutte le nostre libertà e garanzie, può viaggiare come e dove crede. Non è un perseguitato politico. Non vive in dittature come la Corea del Nord o il Venezuela. Bensì viene da una grande democrazia, qual è quella spagnola». Ha commentato così, ieri, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani – in un’intervista concessa al quotidiano italiano più venduto, Il Corriere della Sera – la situazione che si sta delineando tra lo Stato spagnolo e gli autonomisti dell’autoproclamata Repubblica catalana. L’arrivo nella capitale comunitaria del president esautorato delle sue funzioni da Madrid è ovviamente orientato a internazionalizzare il più possibile la battagli per l’indipendenza della Catalogna.

Una posizione che continua a non trovare sostegno fra i leader europei. Per Tajani Puigdemont «ha violato sia le leggi catalane che quelle spagnole, ha violato la costituzione di un Paese democratico che fa parte dell’Unione europea» scaricando al Belgio l’eventuale responsabilità di un proseguimento della presenza dell’esponente autonomista a Bruxelles. E la posizione è condivisa dagli altri presidenti delle istituzioni europee (come avevamo già scritto), Donald Tusk e Jean-Claude Juncker. Perfino il leader del gruppo liberale dell’Alde al Parlamento europeo Guy Verhofstdat ieri lo ha criticato, contestando il paragone fatto da alcuni tra Puigdemont e Tintin, anche per la somiglianza all’eroe del fumetto: «Tintin trova sempre delle soluzioni nelle sue avventure, mentre Puigdemont ha lasciato la Catalogna a caos e rovina».

Ma il capo destituito della Catalogna oggi ha rilanciato, sia su twitter, dove ha ricordato che è passato un mese dall’autoproclamato referendum del primo ottobre «malgrado la violenza e le minacce passate e presenti, continuiamo a lavorare», sia on-line, dove è stato creato il sito “presidente in esilio”: l’indirizzo “president.exili.eu”, che rimanda verso un sito dove si presenta ancora come president della Catalogna, essendo stato bloccato il sito ufficiale del governo da Madrid. Puigdemont per ora rimane a Bruxelles, non comparirà domani e venerdì davanti al giudice dell’Audiencia Nacional che lo ha convocato assieme al suo vice e ai 13 ministri del governo, indagandoli per presunta ribellione, reato che prevede fino a 30 anni di carcere.

Resterà in Belgio per continuare il suo lavoro, in vista delle elezioni del 21 dicembre, perché – come spiega il suo avvocato Paul Bekaert – non ritiene ci siano le condizioni per un “un giusto processo”. La probabilità che domani stesso scattino immediati gli arresti (mandato europeo) è infatti molto alta. Per questo Bekaert ha rilanciato: «Lo ascoltino a Bruxelles, è possibile, è previsto dalla legge». Abbandonata la stanza nell’hotel Chambord nella zona centrale della citta, dove ormai era assediato da tv e reporter e il livello di sicurezza era diventato bassissimo, il leader catalano ha lasciato che a parlare, nella giornata di Ognissanti, fosse soprattutto il suo legale. Battaglia contro l’estradizione dunque, che ha un iter diverso e separato dalla richiesta di asilo politico, linea su cui per ora Puigdemont non ha intenzione di muoversi. Ma ha lanciato un nuovo appello all’Ue perché «reagisca» davanti alla «repressione» spagnola.

Proprio mentre parlava (in quattro lingue, ndr) nell’affollata conferenza stampa nel cuore europeo di Bruxelles, a Madrid la giudice spagnola Carmen Lamela confermava la denuncia per “ribellione” presentata contro di lui e il suo governo dal procuratore generale dello Stato spagnolo, Juan Manuel Maza. Lamela è la stessa magistrata che due settimane fa ha ordinato l’arresto dei due leader indipendentisti Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, accusati di sedizione e malversazione. Oggi ha anche ordinato al president e ai suoi 13 ministri di pagare entro tre giorni una garanzia di 6,2 milioni di euro o «sequestrerà i loro beni». A onor del vero diversi giuristi contestano questa linea, ricordando che il reato di ribellione comporta un «sollevamento violento» (come previsto dall’articolo 472 del codice penale post-franchista, modificato dal parlamento nel 1995) che in Catalogna non c’è stato.

Formalmente con un mandato d’arresto europeo alle autorità belghe la consegna dell’uomo politico in rotta con Madrid dovrebbe avvenire in 60 giorni. Ma l’avvocato scelto già in passato è riuscito (più di una volta) a impedire che i suoi clienti fossero consegnati a Spagna e Turchia. E in ogni caso due mesi sono un tempo ampiamente sufficiente per il “presidente in esilio” per manovrare in vista delle urne di dicembre. Anche perché ieri il neodelegato del governo spagnolo per la Catalogna, Enric Millo, ha dichiarato che Madrid rispetterà il risultato delle elezioni catalane. Stando comunque ai sondaggi pubblicati dal quotidiano spagnolo più diffuso (non sportivo) El Pais, i separatisti al momento viaggiano al 45%, perdendo circa due punti percentuali rispetto alle elezioni del 2015. Un altro, invece, del Centro Studi di Opinione della Generalità, reso pubblico oggi indica che il fronte separatista potrebbe conservare la maggioranza assoluta in parlamento, e che il “all’indipendenza fra i catalani è ai massimi storici, con il 48,7% contro il 43,6% del “no”.

 

Keiko Jiménez

Foto © BBC

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