Thomas Pynchon: lo scrittore invisibile compie ottanta anni

  • Condividi questo articolo

Racconta un mondo dominato dai complotti, confuso e indecifrabile, nel quale nulla è davvero come appare e tutto si disperde in infiniti frammenti

9 maggio 2017 | di | Cultura

Mantenere intatta la propria invisibilità, compito arduo fino a pochi anni fa, appare impresa addirittura impossibile nel mondo di oggi, dominato dai principi ineludibili di una tecnologia estremamente invasiva. Eppure Thomas Pynchon, genio leggendario e solitario della letteratura americana, pare esserci riuscito perfettamente. Una strategia occulta governa le sue azioni. Ad un certo punto qualcuno ha pensato che, dietro la sua immagine, si nascondesse addirittura la figura altrettanto sbiadita di Salinger, salvo poi essere clamorosamente smentito. Refrattario alle interviste e alle fotografie, di lui si conosce solo una esigua manciata di scatti giovanili, si fa beffe dei media e dei mezzi di comunicazione nel bel mezzo della città più iconica degli Stati Uniti: quella New York dove vive e lavora indisturbato. E non è un caso che l’agenzia letteraria, alla quale è affidata la gestione delle sue opere, si chiami appunto The Hermitage. Il culto di Pynchon è una faccenda per iniziati, un gioco che rifugge la luce del giorno ma prospera nella penombra dei luoghi occulti e misterici.

Una sorta di complotto sembra concorrere al suo anonimato, un complotto simile a quelli che percorrono le trame labirintiche e disturbanti dei suoi romanzi. Agli occhi di Pynchon l’intera realtà è dominata da strategie volte a cullare le masse nelle più rosee illusioni, salvo poi scoprirne la crudele vacuità.

Quando il cinema ha cercato di imbrigliarne la sfrenata fantasia e il tecnicismo quasi manierista della scrittura, ne è scaturito un prodotto sfuggente quanto affascinante. Vizio di forma è un film forse più legato all’immaginario di Paul Thomas Anderson che non a quello propriamente pynchoniano. Eppure la sensazione di un qualcosa che continuamente sfugge, di un percorso involuto che ogni istante delude le aspettative del fruitore è ben presente e viva. La distruzione delle utopie sessantottine coincide con il naufragio del sogno americano. L’illusione dell’Eden primigenio, luogo di sogni e possibilità infinite, si infrange contro le forze generate dal mondo di oggi.

Significativamente la sua prima raccolta di racconti, in seguito rinnegata dal suo stesso autore in quanto ritenuta immatura, portava il titolo di Entropia. L’instabilità domina il mondo e le energie che lo percorrono. L’entropia ostacola inoltre la circolazione delle informazioni. Per questo la scrittura di Pynchon è dominata da segnali indecifrabili, tracce che per un istante brillano nel buio delle nostre coscienze addormentate.

Impossibile riassumere in questa sede le tappe di una carriera multiforme e straordinaria. Dallo spiazzante esperimento di L’incanto del lotto 49, criptico sin dal suo stesso titolo, al vagabondaggio di V, sorta di ricerca di un qualcosa che continuamente si sottrae al suo inseguitore, fino all’universo totalizzante dell’Arcobaleno della gravità. I suoi detrattori parlano di un Pynchon ormai stanco, involuto e prigioniero della sua stessa maniera. Eppure pochi scrittori hanno saputo creare realtà tanto complesse e affascinanti, caotiche come il mondo che nostro malgrado abitiamo.

Pynchon ci guarda ancora da quella vecchia foto, con i denti sporgenti appena screziati da un sorriso beffardo. Il suo rifiutare ogni contatto giornalistico non è un vezzo, ma è parte del suo stesso carattere. Gli intervistatori pongono solo domande sbagliate, sembra dire quel volto di eterno ragazzo dietro il quale  ha saputo occultare la propria senescenza. Per questo fornire una risposta univoca è del tutto inutile. La molteplicità dell’universo trova in Pynchon la sua incarnazione più sorprendente. E forse è solo questo che conta.

Riccardo Cenci

  • Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *