Turchia, passa referendum Erdogan. L’Unione europea si allontana

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Contro «nazioni potenti del mondo», che hanno «mentalità da crociati». Opposizioni chiedono di annullare il voto. Così come l’Osce

18 aprile 2017 | di | Attualità - in evidenza - Mondo - Politica

Il referendum pro o contro Erdogan, o meglio, per decidere di creare una figura di “super-presidente”, ha ottenuto un sì striminzito (51,4%) ma comunque buono per far approvare la riforma costituzionale turca e portare il Paese sempre più lontano dall’Europa. Non a caso il refrein più utilizzato dal “nuovo sultano” è stato di una vittoria contro i “crociati”. Molti Stati sono rimasti “freddi” sui commenti successivi ai risultati, soprattutto dopo la presa di posizione dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) che ha chiaramente optato per una bocciatura del voto.

Il giorno dopo la lunga tornata elettorale vinta sul filo di lana, infatti, infuriano le polemiche sui presunti brogli che avrebbero consentito la vittoria del “sì”. Per gli osservatori internazionali dell’Odihr (Ufficio Osce per le Istituzioni democratiche e i diritti umani), il voto «non è stato all’altezza degli standard del Consiglio d’Europa» (di cui la Turchia fa parte, ndr) e «il contesto legale è stato inadeguato allo svolgimento di un processo genuinamente democratico». Parole che danno forza alle denunce dell’opposizione, che annuncia una valanga di ricorsi alla Commissione elettorale suprema e chiede l’annullamento del referendum.

Nel mirino c’è, soprattutto, la decisione di conteggiare come valide anche le schede senza timbro ufficiale, che secondo il fronte del “no” sarebbero più di un milione. Ieri sera diverse centinaia di persone sono scese in piazze nelle grandi metropoli turche per tornare a contestare il voto. Ma Recep Tayyip Erdogan tira dritto per la sua strada, respingendo al mittente le critiche dell’Osce come «politicamente motivate». Per il presidente, infatti, il referendum di domenica è stato il voto «più democratico» mai visto in un Paese occidentale. E gli osservatori internazionali, accusa Ankara, hanno avuto un «approccio di parte e pregiudiziale».

Il padre padrone turco ha rilanciato toni di fuoco contro l’Europa accusata di aver lasciato la Turchia «alla porta per 54 anni». Ai suoi, Erdogan ha detto di aver combattuto contro «le nazioni potenti del mondo», che lo hanno «attaccato» con una «mentalità da crociati». Poi, è tornato a promettere altri referendum sulla pena di morte e un’interruzione dei negoziati di adesione con l’Unione europea, avviati nel 2005. Per cui anche a voto chiuso, la tensione con Bruxelles resta alle stelle. Che per reazione fa crescere nelle cancelliere europee richieste di uno stop formale alle trattative per l’ingresso di Ankara nell’Ue.

Restano alla finestra gli Stati Uniti, che lanciano un appello ad Ankara affinché protegga i diritti e le libertà fondamentali mentre le autorità sono impegnate a esaminare i risultati del referendum. La Turchia, però, resta spaccata in due. «L’unico modo per porre fine alle discussioni sulla legittimità del voto e tranquillizzare il popolo» è che «il Consiglio elettorale supremo cancelli il referendum», chiedono i laici kemalisti del Chp, principale partito di opposizione. Ma la Commissione elettorale ha già fatto pervenire il commento di considerarle valide senza «nessun dubbio». Per questo, i curdi dell’Hdp, secondo cui i voti manipolati sono «almeno l’1%», annunciano di essere pronti a rivolgersi direttamente alla Corte europea dei diritti umani.

In generale i leader europei e delle istituzioni di Bruxelles scelgono la cautela e lasciano parlare gli osservatori dell’Osce del referendum turco. Ankara, per quanto scomoda, è alleata chiave nella gestione dei flussi migratori dal Medio Oriente. Anche per questo, dall’Ue non ci si espone – almeno per ora – nemmeno dopo l’esplicita bocciatura degli osservatori internazionali, che hanno messo nero su bianco le gravi violazioni rilevate durante la consultazione fortemente influenzata dal partito al potere Akp. Solo i gruppi politici del Parlamento europeo, all’unanimità, chiedono a gran voce che l’Ue fermi il negoziato di adesione della Turchia e proponga un tipo di partnership diversa.

Dalle capitali alcune voci, pur solitarie, cominciano ad unirsi al coro degli eurodeputati: succede in Austria e in Germania, dove i rispettivi ministri degli esteri rompono il silenzio chiedendo una riflessione sul futuro dei rapporti con il Paese che si allontana sempre di più dal percorso democratico. «La Turchia non può essere un membro», bisogna porre fine alla “finzione” dell’adesione sollecitando piuttosto un accordo di vicinato, ha dichiarato il ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz. Ma la sua opinione, sebbene nella sostanza condivisa dal ministro degli esteri tedesco (e da una parte del Bundestag) Sigmar Gabriel, resta l’unica voce forte e chiara di un rappresentante governativo di un Paese Ue.

I governi europei ribadiscono che esiste soltanto una linea rossa, oltre la quale il negoziato di adesione alla Ue cadrebbe automaticamente: la reintroduzione della pena di morte nei tribunali del Paese. Ma sulle conseguenze del referendum, per ora, non si esprimono. La settimana scorsa, d’altronde, Frontex ha certificato che il flusso dalla Turchia verso la Grecia e l’Europa si è praticamente fermato: a marzo i passaggi sono stati appena il 6% di quelli dello stesso mese del 2016, quando poi entrò in vigore l’accordo Ue-Turchia con i primi 3 miliardi di euro di un pacchetto di 6. L’accordo, per quanto minacciato da Erdogan, in realtà per ora tiene per convenienza reciproca.

Solo il Parlamento europeo, ripetiamo, ha alzato una voce. «Un altro duro colpo contro la democrazia e lo stato di diritto», un altro «passo decisivo lontano dall’Europa, Erdogan ha chiuso le sue porte all’Ue con questo referendum», ha affermato il presidente del gruppo S&D (Socialisti & Democratici), l’italiano Gianni Pittella, secondo cui «i negoziati di adesione dovrebbero essere sospesi quando la Turchia deciderà di attuare i 18 emendamenti alla Costituzione». Più duro ancora il presidente del gruppo dei popolari europei (Ppe), il tedesco Manfred Weber, che punta il dito contro il percorso «sempre più sbagliato» intrapreso dal Paese, e ritiene che l’adesione alla Ue sia «fuori dal tavolo». Sulla stessa linea anche i liberali di Guy Verhofstadt.

«Il dado è tratto, dubito fortemente che la Commissione elettorale prenderà in considerazione i ricorsi sul referendum in Turchia. Ma adesso Erdogan dovrà fare i conti con un ambiente interno e internazionale ancora più ostile». In un’intervista all’Agenzia Ansa, Soli Ozel, professore di relazioni internazionali all’università Kadir Has di Istanbul ed editorialista del quotidiano Haberturk, dichiara di non aspettarsi un rovesciamento del voto sul presidenzialismo da parte dei giudici. «Domenica per un po’ il no è sembrato in vantaggio. Nelle 3 maggiori città del Paese ha vinto, come in 13 delle 20 città economicamente più importanti. Ma Erdogan ha già formalizzato il risultato de facto, e adesso agirà di conseguenza».

Tornando all’Osce, gli osservatori hanno rilevato come «il referendum si è svolto in un contesto politico in cui i diritti fondamentali essenziali a un processo genuinamente democratico sono stati limitati sotto lo stato d’emergenza (dopo il tentato golpe di quest’estate, ndr), e le due parti non hanno avuto pari opportunità per esprimere le rispettive tesi ai votanti». Lo ha commentato Tana de Zulueta, ex europarlamentare italiana, presentando ad Ankara il rapporto preliminare della missione internazionale di osservatori dell’Odihr. «Il nostro monitoraggio ha mostrato che il “sì” ha dominato la copertura mediatica, e questo, insieme alle restrizioni alla stampa, agli arresti dei giornalisti e alla chiusura dei media, ha ridotto l’accesso dei votanti a una pluralità di punti di vista», ha aggiunto de Zulueta, precisando che il rapporto finale degli osservatori sar diffuso tra circa 2 mesi.

«Nel giorno del referendum non ci sono stati grossi problemi, tranne che in alcune regioni, ma noi possiamo solo lamentare l’assenza di osservatori della società civile nei seggi», ha aggiunto Cezar Florin Preda, a capo della delegazione di osservatori dell’Assemblea parlamentare del Consiglio Europa. «In generale, il referendum» sul presidenzialismo di ieri in Turchia «non è stato all’altezza degli standard del Consiglio d’Europa. Il contesto legale è stato inadeguato allo svolgimento di un processo genuinamente democratico».

«Gli emendamenti costituzionali e specialmente la loro attuazione pratica saranno valutati alla luce degli obblighi della Turchia in quanto Paese candidato alla membership Ue» – è quanto si legge nel comunicato congiunto del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, dell’Alto rappresentante Federica Mogherini e del commissario alla politica di vicinato Johannes Hahn. I tre incoraggiano la Turchia «ad affrontare le raccomandazioni del Consiglio d’Europa, incluse quelle sullo stato d’emergenza».

La risposta rasserenante è arrivata da parte del vicepremier turco Mehmet Simsek, per il quale «il peggio è passato, adesso la Turchia si aspetta la stabilità». Per colui che viene considerato lo “stratega” dell’economia del Paese, «da qualunque punto la si guardi, l’Europa è il nostro principale partner» economico, quindi «migliorare e sviluppare le relazioni con l’Ue va a vantaggio della Turchia». In quest’ottica, ha aggiunto, «l’aggiornamento dell’unione doganale è un’opportunità importante per il nostro Paese».

 

Ayla Şahin

Foto © Ekathimerini, BBC, Independent, CNN, Express

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