Tusk rieletto presidente del Consiglio europeo nonostante il suo Paese

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La premier Beata Szydlo isolata a Bruxelles. Stati dell’Est contrari sulle diverse velocità. Sulla Brexit muro contro muro tra Londra e i Ventisette

10 marzo 2017 | di | Attualità - Europa - in evidenza - Politica

Donald Tusk ha ottenuto il secondo mandato alla guida del Consiglio europeo nonostante l’opposizione del suo stesso Paese, la Polonia. O, meglio, dell’attuale governo. L’apprezzamento per il lavoro di questi due anni e mezzo, anche se non sempre unanime tra i leader europei e tra i colleghi delle altre istituzioni, lo hanno portato a una personale rivincita con il suo avversario di sempre, Jaroslaw Kaczynski. I soliti lunghi negoziati comunitari hanno causato una brutta figura difficilmente da dimenticare all’attuale premier del governo polacco Beata Szydlo. La leader del partito ultraconservatore ed euroscettico “Diritto e Giustizia” si è trovata completamente isolata, votando (da sola, nemmeno la Gran Bretagna prossima all’uscita l’ha appoggiata) contro la conferma del presidente uscente suo conterraneo, e per ritorsione ha rifiutato di sottoscrivere la dichiarazione finale, evidenziando in particolare il suo “no” ad un’Europa a più velocità.

Beata Szydlo

Alla rabbia dei principali leader europei, che hanno minacciato “tagli” ai fondi di cui Varsavia è uno dei principali beneficiari (alla Polonia sono destinati circa 100 milioni di euro tra il 2014 e il 2020 dei Fondi strutturali Ue), si è aggiunta, in casa, la scure della sfiducia. Il maggiore partito di opposizione, “Piattaforma civica”, ha deciso infatti di presentare una mozione in questo senso per protestare contro la politica del governo che «potrebbe portare la Polonia fuori dall’Unione europea». La decisione è stata annunciata dal presidente Grzegorz Schetyna, furioso per il “no” a Tusk. «Quello di ieri non era il voto della Polonia», ha dichiarato Schetyna, aggiungendo che il voto polacco sarà sempre per l’Europa. Immediata la risposta del presidente di Diritto e Giustizia, l’ex premier Jaroslaw Kaczynski, che dalla tribuna del Sejm (Parlamento) si è rivolto a Schetyna dicendo: «Lei ha vinto, ma la Polonia ha perso».

Francois Holland

A Bruxelles, lo scontro è stato particolarmente duro con il presidente francese Francois Hollande: Beate Szydlo, dopo aver incassato le critiche dell’inquilino del’Eliseo per il mancato sostegno a Tusk, ha ribattuto a gamba tesa: «Devo davvero prendere sul serio il ricatto di un presidente che ha un tasso di approvazione del 4% e che presto non sarà più presidente?». Il più deciso contro Szydlo è stato probabilmente il lussemburghese Xavier Bettel, che ha definito l’atteggiamento e le prese di posizione al limite dell’insulto della premier polacca «un comportamento inaccettabile». La Szydlo, spesso con lo sguardo teso, ha poi spostato l’attenzione sulla proposta di Europa a più velocità: «Non accetteremo mai di parlarne, perché verrebbe compromessa l’integrità» dell’Unione europea. Dunque da una parte Germania, Francia, Italia e Spagna, dall’altra gli Stati dell’Est.

L’idea di gruppi di Stati “volenterosi” che vanno avanti da soli rafforzando la cooperazione su alcuni temi specifici rende sospettosi i Paesi del cosiddetto “gruppo di Visegrad“: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Il timore dei Paesi dell’Est è contare sempre meno ed essere lasciati indietro dai Paesi più forti. E a poco servono le rassicurazioni del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker «non è una nuova cortina di ferro», oppure «l’Ue a più velocità è una direzione di marcia necessaria» del premier italiano Paolo Gentiloni che ha molto lavorato per riavvicinare le posizioni. Al momento l’unico progetto che va delineandosi in questo senso sembra essere quello della difesa comune. Un dossier in cui l’industria del Belpaese, con le sue forniture ad alto valore aggiunto nel campo della tecnologia applicata al settore militare, potrebbe avere molto da guadagnare.

L’Italia però, che dovrà ospitare l’appuntamento del 25 marzo per i 60 anni del Trattato di Roma, ha adesso il compito difficile di cercare un’unità sulla dichiarazione da firmare nell’occasione. Il negoziato per trovare una posizione comune andrà avanti nei prossimi giorni. «L’anniversario (dei 60 anni dei Trattati di Roma) non può essere un’occasione soltanto formale ma un momento propositivo per il rilancio dell’Europa che dev’essere senz’altro cambiata» anche se questo «non è il momento per una modifica dei Trattati». È quanto ha affermato il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, nella conferenza stampa post Consiglio europeo (foto a sinistra), al suo debutto a un vertice di capi di Stato e di governo.

Tajani, oltre a congratularsi personalmento con Donald Tusk per la sua conferma alla guida del Consiglio, ha spiegato di averlo invitato il prossimo mercoledì mattina (15 marzo) a Strasburgo insieme al presidente della Commissione Juncker, al premier maltese Muscat e quello italiano Gentiloni per un dibattito sull’evento in Campidoglio. A poco più di due settimana dalla manifestazione la situazione in casa europea è incandescente. Altro fronte caldo quello dell’apertura della procedura di Brexit. Si tratta di un vero e proprio muro contro muro tra Londra e Bruxelles. Ancor di più da quando il ministro degli Esteri britannico ha dichiarato di non voler pagare il conto finale previsto per l’uscita di uno Stato dall’Unione europea.

Londra, infatti, è pronta a “respingere” la richiesta di circa 60 miliardi di euro che l’Ue potrebbe presentare per rispettare gli impegni presi dal Regno Unito nel bilancio europeo. Ma mentre i 27 nel vertice di Bruxelles si sono scoperti già divisi sulle formule da usare per descrivere il futuro dell’Unione europea nella Dichiarazione di Roma per il 60° anniversario del primo Trattato europeo, per ora sembrano uniti sul fronte della Brexit. Tutti continuano ad attendere che Theresa May invochi l’art.50 che farà scattare i due anni per i negoziati di divorzio, il capo del Foreign Office Boris Johnson, parlando alla Bbc ha bollato come «non ragionevole» la cifra di cui parlano i tecnici a Bruxelles facendo la somma delle quote britanniche nel cosiddetto “quadro di bilancio pluriennale” della Ue, approvato (per la prima volta al ribasso su insistenza di David Cameron) a febbraio 2014 e valido fino a tutto il 2020.

Margaritis Schinas

«Quando 27 amici vanno al pub e ordinano una serie di giri di birra, se uno se ne va deve comunque pagare» ha sintetizzato qualche settimana fa il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas. Londra in questi nove mesi di attesa ha sempre sostenuto di voler trattare il futuro accordo commerciale con la Ue contemporaneamente al negoziato per il divorzio. Il capo negoziatore europeo Michel Barnier ha più volte ribadito che la Ue prima tratterà la separazione e soltanto successivamente la relazione futura. Dettaglio non da poco, visto che il premier danese ha, ad esempio, ricordato che per il nuovo accordo commerciale ci potrebbero volere «15 anni». E persino l’Irlanda, tradizionale alleato di Londra, non è disposta a fare sconti.

 

Sophia Ballarin

Foto © Consiglio dell’Unione europea

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