Ultimatum dell’Unione europea ai Paesi che rifiutano i ricollocamenti

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Allo stesso tempo la Commissione, attraverso il responsabile Avramopoulos, chiede all’Italia di accelerare le candidature per i trasferimenti. La provocazione di Di Maio (M5S)

16 maggio 2017 | di | Attualità - Europa - in evidenza - Politica

Dopo le divisioni anche nelle aule giudiziarie dell’Unione europea, di cui ci siamo occupati pochi giorni fa (link) la Commissione prova a dare unastrettasul non rispetto degli accordi presi per il ricollocamento dei richiedenti asilo e profughi. Bruxelles dunque lancia l’ultimatum agli Stati che non ricollocano e contestano la decisione del Consiglio affari interni del 22 settembre 2015, con cui si era dato il via libera alla ridistribuzione dei profughi siriani ed eritrei da Italia e Grecia.

Tempo un mese, fanno sapere dall’esecutivo Ue, e la procedura di infrazione potrebbe diventare una realtà. Ma la Commissione europea sollecita allo stesso tempo anche l’Italia ad accelerare sulle registrazioni per le candidature dei profughi da trasferire. La redistribuzione è attualmente quasi completamente disattesa, con 18mila ricollocati su 98.255 previsti (precisamente 12.707 dalla Grecia e 5.711 dall’Italia), e comunque, evidenzia una relazione tecnica dell’Unione, il numero di migranti eleggibili presenti nei due Paesi è di gran lunga inferiore. In particolare in Italia, dove nel 2017 gli eritrei (unica nazionalità davvero candidabile) sono in calo e rappresentano solo il 2,3% degli arrivi.

Per la prima volta il commissario europeo alla Migrazione Dimitris Avramopoulos ha indicato nome per nome i Paesiribelli“, a partire da Polonia e Ungheria, gli unici due che fino ad oggi non hanno accolto un solo profugo e che non hanno dato alcun segnale di volerlo fare. In testa alla lista nera ci sono anche l’Austria, che tuttavia di recente ha espresso l’intenzione di voler iniziare ad aiutare l’Italia, e la Repubblica Ceca, che dopo un timido avvio, è inattiva ormai da un anno.

A seguire Slovacchia e Bulgaria, che con le loro rigide “regole di scelta” – la prima ammette solo donne con bambini e profughi con documenti di viaggio, l’altra non accetta volentieri gli eritrei – rendono impossibile trovare candidati dall’Italia. E pure Estonia e Irlanda, che col pretesto di richieste di rassicurazioni aggiuntive all’Italia sull’identità dei profughi, per il momento non ne hanno accolto neppure uno.

E poi ci sono tutti gli altri, come Spagna, Belgio e Croazia, che devono aumentare il loro impegno mensile nei confronti di Italia e Grecia. Germania, Romania, Slovacchia che devono fare di più per dare sollievo alla Grecia, e la Francia all’Italia. Quanto ai trasferimenti dei minori non accompagnati dall’Italia, siamo ancora ai primi timidi passi, con due ragazzini che solo di recente sono stati accettati dai Paesi Bassi.

«Siamo di fronte alla possibilità di lanciare le procedure d’infrazione, ma non abbiamo ancora raggiunto questo punto», avverte Avramopoulos, che non vuole parlare di “ultimatum” ma di “scadenza”. «La differenza tra le due parole» – sottolinea – è che c’è ancora spazio. I Paesi hanno ancora un mese di tempo» per rispettare i propri obblighi. Pur lasciando la porta aperta, il commissario, però, mette in guardia: «abbiamo esaurito tutti i mezzi. Abbiamo aspettato una risposta per gli ultimi dodici mesi, e ora stiamo correndo gli ultimi metri della procedura». Se non terranno fede ai loro impegni la procedura potrebbe essere inevitabile, non ci sono altre opzioni, «è una questione di credibilità, politica e istituzionale dell’Ue».

L’Italia, dal canto suo, «deve urgentemente accelerare con le identificazioni ai fini delle candidature» per la “relocation”: fino ad ora sono state registrate 8.300 persone, di queste 5.711 ricollocate. Altre 700 dovrebbero essere trattate a breve e secondo le stime sono in tutto 1.100 gli eritrei arrivati nel 2017 ancora da esaurire. Infatti – evidenzia la relazione della Commissione Ue – nonostante in Italia nei primi mesi del 2017 siano già arrivati 45.130 migranti, la maggior parte non appartengono a nazionalità in chiara necessità di protezione.

E allora come se ne esce? Dal Belpaese la reazione di una parte politica è di scontro frontale. Per l’esponente del MoVimento 5 Stelle, nonché vicepresidente della Camera (e forse candidato premier dei “grillini”) Luigi Di Maio la soluzione è semplice: subito rimpatri o stop ai 16 miliardi che dall’Italia sono versati all’Ue. Con un intervento telefonico alla conferenza stampa al Parlamento europeo dichiara l’esponente M5S «da domani iniziamo subito i ricollocamenti e i rimpatri. L’Unione europea sia seria. Faremo in modo di essere seri nella gestione dei fondi. Voi però sbloccate i ricollocamenti. Altrimenti smettiamo di darvi 16 miliardi di euro all’anno».

Di Maio ha continuato snocciolando le cifre: «l’82% dei migranti che arriva in Europa sbarca in Italia. Di questi migranti l’Italia si fa carico per il 98% della spesa. Noi italiani ci mettiamo quattro miliardi e mezzo di euro all’anno. L’Unione europea solo 91 milioni di euro» – sottolinea il vicepresidente della Camera – «i numeri degli sbarchi creano un’emergenza nazionale. Il caso Ong crea un problema di sicurezza nazionale. Tutte e due vanno affrontati subito. E non ci sono sentenze definitive da aspettare. Chiedo all’Europa» – conclude l’esponente 5 Stelle, minacciando – «se voglia darci una mano. Altrimenti faremo da soli. Con i 16 miliardi che gli diamo».

 

Fiasha Van Dijk

Foto © European Union, UNHCR

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