Un futuro a più velocità per l’Ue?

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Su spinta Benelux, Francia e ora anche Germania, ritorna l’idea di un’integrazione a vari step. Da euro a difesa e diritti, anche la Merkel (e la Boldrini) se ne convince

5 febbraio 2017 | di | Europa - in evidenza - Politica

Chissà come i padri fondatori della Comunità europea si schiererebbero oggi nelle varie situazioni che si (frap)pongono sulla strada dell’integrazione fra gli Stati del Vecchio Continente. Dal rischio disintegrazione portato dalla Brexit (e forse Grexit) all’incognita delle relazioni transatlantiche con l’arrivo del nuovo presidente americano Donald Trump. Per non parlare dei nuovi assetti derivanti dalla fine della Guerra Fredda, dell’esplosione di forza della Cina (ancora?) comunista, o della ricchezza (mal distribuita) degli Stati produttori di petrolio.

Per fermare il declino europeo e recuperare forza sulla scena mondiale, rifà capolino con rinnovata insistenza, alla vigilia del 60esimo dei Trattati di Roma e forte della spinta della cancelliera tedesca, l’idea di un’Europa a più velocità. Per consentire a quei Paesi che lo vogliono di procedere più velocemente verso una maggiore integrazione in settori chiave come l’euro, la difesa, i diritti sociali, ma anche su migranti (ieri ancora sbarchi in Italia, 1.600 soccorsi in Canale Sicilia), mercato unico e giustizia.

A guardare avanti sono innanzi tutto i sei Paesi fondatori della Cee, Germania, Francia, Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo) e Italia, che avrà il ruolo chiave di portare a compimento la riflessione sul futuro dell’Ue, iniziata col vertice di Bratislava, in occasione delle celebrazioni dei Trattati di Roma. Dopo l’addio della Gran Bretagna, i capofila di chi vuole meno Europa (in aree come la solidarietà e più cooperazione solo per la difesa) sono i Paesi dell’Est, in particolare i quattro di Visegrad guidati da Polonia e Ungheria (più Repubblica Ceca e Slovacchia).

«Abbiamo imparato dalla storia degli ultimi anni che ci potrebbe essere un’Unione europea con differenti velocità e che non tutti parteciperebbero ogni volta ai tutti i passaggi dell’integrazione» è stato il chiaro messaggio lanciato da Angela Merkel dopo il vertice Ue di La Valletta, secondo cui «questo potrebbe essere inserito nella Dichiarazione di Roma». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, che hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che «differenti cammini d’integrazione e di cooperazione rafforzata potrebbero fornire risposte efficaci alle sfide che colpiscono gli Stati membri in differenti modi».

In particolare, il premier belga Charles Michel ha sottolineato una decina di priorità che dovrebbero emergere dalla Dichiarazione di Roma, tra cui una difesa comune, la creazione di un servizio di intelligence Ue e la lotta al dumping sociale. Priorità in buona parte condivise dal presidente francese François Hollande, che a Malta ha parlato ugualmente di difesa, interessi commerciali e ruolo economico e globale dell’Europa nel mondo.

L’Europa a più velocità, però, fanno notare a Bruxelles, «nei fatti esiste già», come ha sottolineato anche la presidente della Camera dei deputati italiana Laura Boldrini («nello sforzo fin qui tentato di procedere in modo unanime, l’Unione si è impantanata in un immobilismo che l’ha allontanata dai suoi cittadini e l’ha esposta ai colpi sempre più duri di chi vorrebbe smantellarla»): dall’Eurozona, di cui fanno parte solo 19 Paesi su 28, a Schengen (22), sino alla cooperazione in materia giudiziaria (23) o ancora le cooperazioni rafforzate in materia di brevetto unico (26) e divorzio (17). Un percorso, però, sottolineano alcuni osservatori, che se da un lato può incontrare il favore di Paesi come Polonia e Ungheria (spingono per una riforma dell’Ue), dall’altro corre il rischio di legittimare una “Europa a’ la carte” dove ciascuno Stato prende solo ciò che gli fa comodo.

Intanto, dopo il Rapporto dei cinque presidenti (Commissione, Consiglio, Eurogruppo, Banca centrale europea ed Europarlamento, gli ultimi due italiani, ndr) sul futuro dell’Unione economica e monetaria (dove si ipotizza un ministro unico delle Finanze dell’Eurozona con un proprio bilancio), a marzo è atteso il documento (un cosiddetto White paper) sul futuro dell’Europa del capo dell’esecutivo europeo Jean-Claude Juncker «per aiutare il processo di riflessione».

 

Fiasha Van Dijk

Foto © European Union

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