1945: un film sulle conseguenze del ritorno

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Esce il 3 maggio nelle sale italiane l’ultimo lavoro del regista ungherese Ferenc Török, uno sguardo acuto e originale sulla tragedia dell’Olocausto

16 aprile 2018 | di | Cinema - Cultura

12 agosto 1945. Un treno arriva in un piccolo villaggio ungherese mentre lentamente si estinguono gli ultimi fuochi del secondo conflitto mondiale. Ne escono due figure, mute e oppresse da un’invisibile malinconia, due ebrei che portano con sé altrettanti misteriosi bagagli. Il loro camminare silenzioso e testardo dietro il carretto che li conduce in paese scandisce il ritmo del film. Nessuno conosce la loro meta, lo scopo ultimo del loro arrivo. Semplicemente paiono condannati a un inesauribile cammino, come l’ebreo errante, destinati a trascinare il peso di esistenze già da tempo concluse.

Inizia così il film del regista ungherese Ferenc Török, premiato in numerosi festival internazionali, in uscita nelle sale italiane il 3 maggio prossimo. 1945 è il titolo dell’opera, a sua volta ispirata a un racconto dello scrittore Gábor T. Szántó. Il tempo della narrazione appare sospeso nel vuoto, fra le braci ancora calde della guerra e il nuovo ordine, rappresentato dalle sparute avanguardie dei soldati russi, che di lì a poco andrà a imporre le proprie regole.

Il microcosmo del villaggio viene sconvolto dall’apparizione dei due stranieri. La vicenda si snoda in un clima di attesa, di tensione crescente. L’impostazione estetica ricorda Il nastro bianco di Haneke, con un uso estremamente pregnante del bianco e nero (bellissima la fotografia di Elemér Ragályi). In entrambi i casi l’indagine su un mondo ristretto adombra dinamiche più ampie e sconvolgenti. In entrambi i casi la violenza si cela dietro il fragile paravento delle convenzioni.

Non a caso la scena si apre sui preparativi di una festa di matrimonio. I dettagli, sui quali indugia la macchina da presa, acuiscono il senso di disfacimento che incrina ritualità ormai prive di senso. Nulla è più come prima. Il paradiso, se mai è esistito, è ora definitivamente perduto.

Il passato non può mai essere cancellato. Le conseguenze delle nostre azioni sono ancora lì, presenti nella loro orrida evidenza. Le certezze di István Szentes, vicario del villaggio, si sgretolano di fronte al riemergere di un qualcosa che si voleva sepolto per sempre. Rapporti familiari già precari si incrinano definitivamente. La semplice presenza dei due ebrei appare come un atto di accusa nei confronti di un mondo che non ha saputo ribellarsi all’orrore, rendendosi complice di una delle più terribili tragedie della storia.

Una drammaturgia essenziale innerva l’azione. La scarna trama del racconto, spunto per la sceneggiatura, viene ampliata in un gesto corale che richiama i meccanismi inesorabili della tragedia greca.

Gli scomparsi, per parafrasare il titolo di un noto romanzo di Daniel Mendelsohn sull’Olocausto, ritornano momentaneamente in vita. Si troveranno alla fine del film nella sala d’attesa della stazione insieme al giovane Árpád, il figlio del vicario, il quale sceglie di partire lasciandosi tutto alle spalle, nell’arduo tentativo di ricominciare.

La parte conclusiva del film si svolge sotto il rombo incessante del tuono, come se il cielo stesso venisse sconvolto dall’annuncio dell’apocalisse. Sapienti inquadrature tagliano in due lo schermo, modellando paesaggi di rara intensità emotiva. Qualcuno non regge alla vergogna e si uccide. Altri decidono di distruggere i beni materiali acquisiti con il tradimento. Fotografie di un tempo trascorso ardono in un rogo che vuole far piazza pulita del passato, mentre una pioggia rigeneratrice sembra annunciare l’avvento di un mondo nuovo.

 

Riccardo Cenci

***

1945 – un film di Ferenc Török

Distribuzione Mariposa Cinematografica e barz and hippo

Con il patrocinio del Consolato Generale di Ungheria a Milano

Nelle sale italiane dal 3 maggio 2018

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