L’avventura archeologica di Schiaparelli in mostra a Torino

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L’esposizione ospitata dal Museo Egizio, riallestito in maniera dinamica e moderna, nelle sale dedicate a Khaled Al-Asaad, vittima della brutalità dell’Isis

11 novembre 2017 | di | Cultura

Dedicati a Khaled Al-Asaad, direttore del sito di Palmira ucciso dall’Isis, gli spazi del terzo piano del Museo Egizio di Torino ospitano una mostra dal titolo Missione Egitto 1903-1920, che documenta una straordinaria stagione di scavi archeologici, svolti sotto la guida attenta di Ernesto Schiaparelli e dei suoi numerosi collaboratori. Un’epoca in cui il progressivo riemergere della civiltà nilotica evocava mondi lontani e misteriosi, senza trovare le drammatiche rispondenze alle quali la situazione odierna ci ha abituati. Il terrorismo internazionale e l’instabilità politica del Nord Africa turbano le coscienze occidentali, ma il fascino e l’attrattiva dell’antico Egitto restano intatte, come dimostra il sempre crescente afflusso di visitatori nel Museo torinese che, lo ricordiamo, è secondo solo a quello del Cairo.

Più che un avventuriero da romanzo, nelle foto che lo ritraggono Schiaparelli appare come un dotto professore, uno studioso il quale, dietro l’aspetto mite, nasconde una curiosità e una tenacia infinite, che ad esempio lo spingevano a sollecitare continuamente la Casa Reale per ottenere i fondi necessari ai propri scopi. La mostra documenta le difficili condizioni nelle quali si svolgevano le campagne di scavo agli inizi del Novecento.

Eccezionali documenti fotografici ci mostrano gli uomini impolverati e stanchi, le tende battute dal vento. Altrove i primi turisti provenienti dall’Europa, le donne intabarrate nei loro ingombranti vestiti, svolgono improbabili pic-nic fra le colonne colossali di un tempio istoriate di geroglifici, o di fronte all’ingresso di una tomba da poco riportata alla luce. Taccuini redatti dall’egittologo Francesco Ballerini mostrano i primi rilievi effettuati sulle recenti scoperte, vergati con tratti precisi e sicuri. Manifesti pubblicitari reclamizzano i collegamenti fra l’Europa e l’Egitto, prefigurando l’imminente esplosione del turismo di massa. E ancora macchine da scrivere, telefoni, apparecchi fotografici d’epoca, il tutto a ricostruire una stagione irripetibile nella storia dell’archeologia.

La mostra è un valore aggiunto all’eccezionalità della collezione permanente, recentemente riallestita in una visione dinamica e moderna. Grande attenzione è stata dedicata all’estetica dell’allestimento, con particolare attenzione al racconto dell’avvincente storia del museo. Fra i pezzi più pregiati la statua di Ramesse II, vero e proprio simbolo della collezione torinese. Le eccezionali qualità fisiche del sovrano risaltano dalla raffinatezza esecutiva. L’altezza non comune, sembra che misurasse quasi un metro e novanta, e la longevità eccezionale per l’epoca, morì probabilmente vicino ai novanta anni, lo facevano apparire come un Dio agli occhi dei contemporanei. L’immagine impressiona per la bellezza e la regalità. Ai lati le piccole figure della moglie Nefertari e del figlio Amonherkhepeshef simboleggiano la continuità della dinastia. Fra le statue più impressionanti per dimensioni ricordiamo ancora quella di Sethi II, risalente al 1202-1198 a. C. e proveniente dal tempio di Karnak.

Le sale dedicate al periodo Predinastico ci introducono in un Egitto ancora non unito politicamente, dai costumi sociali eterogenei. L’importanza del corpo del defunto e la necessità di preservarlo, fondamenti dell’ideologia religiosa, sono già presenti. Pochissime le mummie giunte fino a noi da questa epoca, ma significative per comprendere l’evoluzione delle tecniche di conservazione, via via sempre più elaborate.

Il primo piano è dedicato ai reperti del villaggio di Deir El-Medina, insediamento stabile di maestranze dedicate alla realizzazione delle tombe della necropoli regale. Dai papiri qui rinvenuti emergono testimonianze eccezionali riguardo l’organizzazione sociale dell’epoca, non ultima la testimonianza di uno sciopero indetto dagli operai causa la scarsità di acqua, di cibo e di vestiario, indice di un periodo di declino. Il cosiddetto papiro satirico-erotico, risalente al 1190-1076 a. C., apre uno squarcio ludico in un mondo solitamente percepito come serioso e inaccessibile.

Magnifica poi la galleria dedicata ai sarcofagi, dei quali viene evidenziata l’evoluzione decorativa nei diversi periodi. Il visitatore viene proiettato nella Valle delle Regine, esplorata dallo stesso Schiaparelli. Immaginiamo il suo stupore alla vista della tomba di Nefertari, una delle più sorprendenti espressioni pittoriche dell’antico Egitto giunte fino a noi. Purtroppo la sepoltura era stata già violata, per cui solo alcuni elementi del corredo funerario originale sono  sopravvissuti.

Il Museo offre ancora ampia documentazione riguardo l’epoca tarda, fra l’VIII e il IV secolo, durante la quale si riscontrano numerose dominazioni straniere, e l’epoca romana. Preziose per la ricostruzione dei rituali più antichi le testimonianze di questo periodo, legato al recupero di modelli provenienti dal passato più remoto e quindi di grande interesse storico.

Nel 2016 il Museo Egizio di Torino si è classificato al settimo posto nella classifica dei musei più visitati nel nostro paese, stilata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, con 881.463 visitatori, un risultato importante che premia una gestione per nulla sclerotizzata, certamente attenta alle mutate esigenze del nostro tempo.

Riccardo Cenci

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Immagini

© Daniele Ratti, eccetto immagini in alto e in basso all’interno del pezzo:

Merenda-Picnic organizzato da un gruppo di turisti europei all’ingresso di una tomba in Egitto

1900 ca

Firenze, Roger-Viollet /Alinari

Merenda-Picnic organizzato da un gruppo di turisti europei all’ingresso di una tomba in Egitto

1900 ca

Firenze, Roger-Viollet /Alinari

 

 

 

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