A Verrecchie Luchino Visconti dopo l’8 settembre 1943

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In fuga da Roma il regista si rifugia in Abruzzo. «Il paese disteso dorme nella poca nebbia, un occhio sempre aperto, si direbbe, a vigilare l’imbocco della vallata di Cappadocia»

28 dicembre 2017 | di | Costume

Ci sono paesi che sino a qualche decennio fa, perfino sul declinare del Novecento, non avevano neppure l’onore di essere menzionati nella carte geografiche. Uno di questi Verrecchie, piccolo paese di montagna dell’Abruzzo nell’entroterra marsicano con poco più di un centinaio di abitanti, oggi frazione del Comune di Cappadocia.

Questo microcosmo di contadini montanari dopo l’8 settembre 1943 ospitò per quindici giorni Luchino Visconti, non ancora affermato regista così come poi è stato nel dopoguerra sino alla morte avvenuta il 17 marzo 1976 e diventato uno dei più grandi registi cinematografici e teatrali italiani a livello internazionale.

          Luchino Visconti

C’è un periodo nella vita di Luchino Visconte di Modrone, quello della guerra, che lo porta a Verrecchie dove giunse da Roma in fuga dopo l’8 settembre (probabilmente il 12 o il 13) per far visita alla sorella Uberta rifugiata con il figlio in tenera età.

Oltre che fare visita alla sorella, Visconti si prefigge lo scopo di passare la linea del fronte con gli amici Mario Chiari scenografo e costumista e Basilio Franchina (giornalista e documentarista, aiuto-regista di De Santis nel dopoguerra) e di unirsi alle forze armate italiane che con gli alleati stavano risalendo la penisola.

L’Abruzzo per la vicinanza a Roma, ma soprattutto per il senso di ospitalità, durante il periodo della seconda guerra mondiale accolse numerosi rifugiati anche intellettuali, a cominciare da Natalia Ginzburg che con i figli trovò rifugio a Pizzoli e firmò il suo primo libro di racconti, La strada che va in città (Torino 1942), con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, un paese vicino a Pizzoli.

Le montagne sono i personaggi più prepotenti della vita abruzzese, ha scritto Ignazio Silone. «Nel quadro severo delle sue montagne e nelle difficili condizioni di esistenza da esse determinate, il profilo spirituale dell’Abruzzo è stato modellato dal cristianesimo: l’Abruzzo è stato, attraverso i secoli, prevalentemente una creazione di santi e di lavoratori». E di senso cristiano dell’accoglienza.

In queste montagne e luoghi (della Marsica) dove un tempo vissero innumerevoli eremiti, in epoca più recente sono stati nascosti prigionieri di guerra evasi, partigiani, assistiti da gran parte della popolazione. (Silone)

Anche Verrecchie, paese sconosciuto al di fuori delle vie stradali e per questo isolato e sicuro, ospitò rifugiati da Roma in fuga e prigionieri evasi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

In un suo quaderno di appunti Visconti scrive: «Arriviamo alla croce. Saluto Verrecchie dove sono rimasto quindici giorni o più. Il paese disteso dorme nella poca nebbia, un occhio sempre aperto, si direbbe, a vigilare l’imbocco della vallata di Cappadocia. La casa della signora Paolina in fondo, sulla strada, dove c’è Uberta. Su in alto l’aia, e i praticelli verdi, la casetta rosa e le pietre dell’acciottolato che si distinguono anche da quassù, lucide».

È una descrizione poetica, quasi l’abbozzo di una sua rappresentazione teatrale.

Il tentativo di passare il fronte abortisce. Nel febbraio del 1944, dopo lo sbarco delle truppe alleate ad Anzio, Luchino Visconti, Mario Chiari e Basilio Franchina decidono di rientrare a Roma per riprendere la lotta con altre modalità. Mentre Verrecchie assiste dall’alto, da quella posizione privilegiata di sentinella, all’anabasi delle truppe del Terzo Reich in ritirata verso il Nord dell’Italia.

 

Enzo Di Giacomo

Foto © Enzo Di Giacomo

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