“Alive in France”: autoritratto di un cineasta come rock star

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Abel Ferrara racconta la sua passione per la musica e per il cinema in un coinvolgente documentario on the road che è anche un’intima confessione

4 Maggio 2019 | di | Cinema - Cultura - Musica

Il volto segnato da una vita costantemente condotta sul limite dell’abisso, gli occhi sfuggenti tanto che a un fotografo che cerca di fermarne l’espressione consegna un unico, gelido sguardo, prima di allontanarsi velocemente. Un’esistenza in fuga, si potrebbe dire, che dalla natia New York lo ha portato a stabilirsi per lunghi periodi a Roma. Questo è Abel Ferrara, cineasta precocemente consumato da un’inclinazione pericolosamente morbosa verso il vizio. Lui stesso è sorpreso dal fatto di essere sopravvissuto, dice con l’ironia che lo contraddistingue, e per di più in discreta forma. Chi frequenta la zona di Piazza Vittorio, alla quale ha dedicato anche un suo recente documentario, lo incrocia sovente in quelle vie decadenti che paiono perfette per le ambientazioni di un suo film. Ferrara non coltiva la ritrosia delle star di Hollywood dove pure, purtroppo aggiunge lui, ha vissuto a lungo; si lascia avvicinare, si intrattiene in lunghe conversazioni, a patto di ritenere il suo interlocutore sufficientemente interessante.

«Se avessi abbastanza soldi, nei miei film probabilmente utilizzerei le migliori canzoni degli Stones», dice all’inizio del docu-film Alive in Francecronaca di alcuni concerti tenuti dal regista e dalla sua band a margine di una retrospettiva allestita alla cinemateque de Toulousee in seguito a Parigi. Un’affermazione in parte fuorviante perché, al di là dell’indubbia passione coltivata per il gruppo capitanato da Mick Jagger, Ferrara mostra di divertirsi un mondo nel giocare alla rock star maledetta. I fumosi club parigini appaiono come l’ambiente naturale dove esprimere la propria vena dark, che lo avvicina a un Nick Cave ancor più tormentato, o a un Jim Morrison sfuggito alla perigliosa inclinazione verso l’autoannientamento.

La voce ruvida e magnetica, l’abilità con l’armonica che richiama ancora una volta il già citato Jagger, il viso solcato da rughe profonde come quello di Keith Richards, Ferrara rivela inaspettate doti da front man. Lo accompagnano la chitarra di Paul Hipp, le tastiere di Joe Delia, quest’ultimo stranamente somigliante a Lou Reed, tanto per non allontanarci troppo dal tema, e la vocalist (nonché legittima consorte) Cristina Chiriac, la quale aggiunge un tocco di piccante sensualità alle serate. Manca il batterista, finito per chissà quale ragione in una no flying list.

Ferrara semplicemente ama suonare. A chi gli chiede come sceglie la musica per i suoi film, risponde che: «il suono c’è tutto dall’inizio. Per me la musica è ciò che dona il respiro agli attori». La scaletta dei concerti comprende l’intera filmografia del regista spaziando dal remoto Driller Killer (1979), nel quale egli stesso si cimentava nella parte di un assassino armato di trapano, al Cattivo tenente (1993), a The funeral (1996), sino al più recente Welcome to New York (2014). Il genere dominante è il blues con occasionali venature psichedeliche e impreviste incursioni nel rap (al Salò Club di Parigi), senza trascurare le ballate alla Springsteen. Durante una di queste, Hipp viene disturbato da una spettatrice ubriaca che gli urla contro tutta la sua rabbia. Il chitarrista non può fare a meno di reagire con una sequela di insulti piuttosto volgari. Una sequenza che Ferrara avrebbe potuto tagliare, ma che invece ha voluto inserire nel film proprio per evidenziare il sapore della vita on the road.

Perché il regista ama le traiettorie impreviste e sporche. Mentre riprende un gruppo di studenti, coinvolgendoli loro malgrado nelle riprese del film, non può fare a meno di solidarizzare con uno di loro, apertamente ostile. Anche il giovane Ferrara era altrettanto ribelle, refrattario a qualsiasi disciplina. «Avrei potuto imparare molto dagli altri» dice, «ma mi sentivo un genio».

Il film è un’intima confessione mascherata da documentario, nel quale compaiono la sua famiglia, i suoi amici più cari, perduti e ritrovati. A un ragazzo che gli domanda se tornerà a girare film di gangster, risponde che il genere non è più nelle sue corde, perché non ha nulla di mistico. Un’affermazione che potrebbe apparire paradossale, ma che ben individua la ricerca che Ferrara sta portando avanti negli ultimi anni. Continuamente metamorfico e cangiante, come assolutamente inafferrabile e mutevole è la città di New York, il suo cinema si costruisce nel piacere dell’esplorazione inesausta e continua. Perché si può solo filmare un istante cercando di catturare l’effimero, un momento che subito dopo è già diverso e inspiegabilmente irrecuperabile.

 

Riccardo Cenci

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Abel Ferrara

Alive in France

Mariposa cinematografica

Al cinema dal 19 al 22 maggio

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Immagini

ritratto Abel Ferrara da Wikipedia – Georges Biard

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