Arnaud Desplechin: il fascino meraviglioso dell’imperfezione

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Il regista francese, protagonista del Festival Rendez-vous 2018, spiega la propria personale ricerca e i caratteri salienti della sua concezione estetica

11 aprile 2018 | di | Cinema - Cultura

La vita può essere ricostruita solo tramite i frammenti della memoria, mai nella sua interezza. Questo il principio che sottende la trama di Trois souvenirs de ma jeunesse, distribuito in Italia con il titolo I miei giorni più belli, certo meno poetico ed evocativo, per quella fastidiosa abitudine a travisare il dettato originale per presunti motivi di mercato che non ci stancheremo mai di stigmatizzare. Nell’imminente uscita del suo nuovo film, Arnaud Desplechin è stato il protagonista assoluto di Rendez-vous 2018, il Festival del cinema francese giunto ormai alla sua ottava edizione e appena concluso con grande successo di pubblico.

Non a caso, per la serata finale, è stato scelto questo titolo del 2015, tappa fondamentale nell’evoluzione della sua carriera. Un film se vogliamo imperfetto, frammentario come la vita, magnifico nella sua capacità di inserirsi nel flusso ininterrotto del più autentico cinema francese. Viene in mente il concetto di tradizione coniato da T.S. Eliot, secondo il quale ogni nuova opera d’arte interagisce con il passato e lo modifica, creando nuovi equilibri.

Il personaggio di Paul Dédalus, interpretato da Mathieu Amalric, vero e proprio alter ego del regista già visto in Comment je me suis disputé … (ma vie sexuelle), gronda echi letterari. La sua è una ricerca debitrice nei confronti di Joyce, ma anche di Proust. L’infanzia appare come un territorio misterioso e inesplorato, nel quale nebbioso ma caratterizzato da un odio inspiegabile appare il rapporto con la madre, in seguito suicida.

L’attacco del film è volutamente spiazzante. Dédalus, l’eterno viandante in fuga da tutto e da tutti, ma specialmente da sé stesso, antropologo alla ricerca di un qualcosa sul quale basare la propria esistenza, torna dal Tagikistan in Francia. A questo punto il film sembra deviare verso traiettorie da thriller spionistico, quando il protagonista viene fermato alla frontiera per irregolarità nei documenti e sottoposto a un interrogatorio da un bonario e per nulla terrifico André Dussolier, indizio essenziale per gli sviluppi successivi. Parte da qui la personale ricerca del tempo perduto messa in scena da Desplechin mediante il consueto espediente del racconto epistolare (con esiti che ricordano Le due inglesi di Truffaut).

Emerge allora che Dédalus, durante una gita scolastica a Minsk, aveva donato il proprio passaporto a un ebreo russo in fuga verso Israele. Un atto incosciente, incurante delle possibili conseguenze, ma anche una maniera per introdurre il tema dell’identità e del doppio, derivato ancora una volta dalla letteratura. La presenza di un altro personaggio in fuga con le medesime generalità del protagonista crea una serie di interrogativi, e funziona come metafora dell’incertezza che governa le nostre vite.

Il tema dell’esilio si mostra prepotente. Paul appare un esiliato in seno alla propria stessa famiglia, dove il padre è distante, la sorella e il fratello totalmente diversi da lui, mentre il giovane ebreo si trova forzatamente lontano dal luogo nel quale desidererebbe vivere (sapremo in seguito che è emigrato in Australia, trovando la morte in circostanze che non vengono spiegate). La ricerca è dunque destinata al fallimento, i personaggi vanno alla deriva senza possibilità di riscatto. Molte cose restano nell’ambito del non detto, ammantando la trama di un fascino sfuggente. Passato e presente si intersecano, tessendo evanescenti alchimie.

Da qui un’ulteriore sterzata introduce Esther nel racconto, il primo e mai dimenticato amore di Paul. E’ questa la sezione più ampia del film, nella quale Desplechin sembra davvero recuperare atmosfere da Nuovelle vague, da Eustache a Truffaut, da Godard a Garrell. In particolare i dialoghi torrenziali, improntati a un’espressione che si mantiene costantemente su un livello letterario, sembrano  richiamare a tratti quel capolavoro purtroppo ancora negletto in Italia che è La maman et la putain del già citato Eustache.

L’amore è possibile solo nella maniera in cui viene raccontato. Dédalus è un bibliofilo il cui desiderio si incarna nella parola più che nell’esplorazione sessuale. Gli amanti si scrivono continuamente, con un gusto un pò retrò che gratifica in un’epoca ossessionata dalla presenza ingombrante dei social network (la vicenda è comunque ambientata negli anni ottanta e novanta). La loro distanza è marcata dall’impermeabilità delle loro espressioni. L’approccio eccessivamente letterario di Paul mortifica la vitalità di Esther fino ad annientarla. Lei non lo capisce, e a tale proposito viene in mente un bel romanzo del cubano Cabrera Infante dal titolo La ninfa incostante, nel quale la distanza fra i due amanti si misura proprio sull’uso funambolico del linguaggio del protagonista, che risulta incomprensibile alla giovanissima e sensuale Estela.

La storia fa il suo ingresso attraverso il piccolo schermo. Le immagini dell’abbattimento del muro di Berlino acuiscono la malinconia del protagonista, intensificano la sensazione che l’infanzia sia ormai conclusa, per lasciare il campo alla cosiddetta età matura. Anche per Esther la fine degli studi coincide con l’eclissarsi degli ideali giovanili. “Ora potrò solo deluderti”, afferma ponendo una pietra tombale sulla propria vita e sulle proprie aspirazioni.

Molto bravi i due giovanissimi protagonisti, Quentin Dolmaire (Dédalus) e Lou Roy-Lecollinet (Esther), diretti con cura amorevole da Desplechin. Il primo magistrale nell’incarnare l’inquietudine febbrile che divora Paul, la seconda struggente nel rendere il progressivo svanire di un amore, tenacemente voluto ma impossibile da trattenere.

Un film profondo e bellissimo, lancinante nel suo tentativo, destinato al fallimento, di ricostruire la realtà attraverso la memoria, di porre un argine all’oblio che inevitabilmente inghiotte le nostre vite.

 

Riccardo Cenci

Foto di © Oksana Tumanova

 

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