Bank of England alza tassi, ma con la paura Brexit

  • Condividi questo articolo

Si tratta del primo rialzo nei dieci anni della crisi finanziaria che hanno sconvolto l’economia mondiale. Ma il Regno Unito sembra più preso dallo scandalo molestie

2 novembre 2017 | di | Economia - in evidenza - Politica

Quanto clamore per un rialzo dei tassi a 0,50% (da 0,25%) per contenere l’inflazione, arrivata al 3% ben oltre il target indicato dalla Banca centrale inglese (2%). Eppure è la prima stretta effettuata negli ultimi 10 anni, precisamente dal luglio 2007. Ma la mossa economica è comunque considerata fin troppo timida dagli investitori, colpiti semmai dal fatto – come riporta l’Agenzia Ansa – che la Banca d’Inghilterra si tenga le mani libere per il futuro, con un occhio ai rischi creati dal negoziato sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (la famigerata Brexit). Non un voto unanime, con sette voti a favore e due contrari, il Comitato di politica monetaria (Monetary Policy Committee) guidato dal governatore Mark Carney ha portato il costo del denaro allo 0,50% dallo 0,25%, minimo record raggiunto quando l’economia e i mercati vacillavano.

               Il governatore Mark Carney

La decisione della Bank of England di alzare i tassi dopo un decennio – ma con rassicurazioni sul fatto che non seguiranno a breve altre strette – paradossalmente, tuttavia, hanno indebolito la sterlina, perché le anticipazioni dei giorni scorsi hanno finito per mettere in ombra la stretta monetaria decisa oggi, quando invece avrebbe dovuto rafforzarla: con un calo di quasi l’1% fino a 1,3096 dollari. Il Comitato ha fatto, infatti, sapere che «date le attuali circostanze eccezionali» servirà ancora un «significativo» aiuto all’economia dalla banca centrale: è l’avvicinarsi del 2019, quando Brexit diventerà realtà, con una separazione dall’Unione europea che potrebbe riservare brutte sorprese e richiedere persino una marcia indietro rispetto al percorso odierno sui tassi. Fortuna che almeno la borsa londinese sembra andare in controtendenza alla debolezza delle altre europee.

Eppure la novità trova un Regno Unito completamente distratto, tra la bufera sulle molestie che seguono le vicende Usa e il governo di Theresa May che è sempre più traballante. L’uscita di scena del ministro della Difesa Michael Fallon, sostituito dal 41enne Gavin Williamson, già capogruppo (chief whip) dei Tories alla Camera dei Comuni, sembra ai più un tentativo piuttosto improvvisato per difendersi con i fedelissimi in un momento di totale sbandamento della compagine conservatrice. Insomma il rischio che la City perda sempre più attrattiva nei confronti dei mercati finanziari è finito in secondo piano tra figuracce sulla Brexit a livello internazionale e la paura di vedere altri casi di abusi sessuali e molestie compiuti a Westminster.

Gavin Williamson

Williamson, senza precedente esperienza ministeriale né militare, era colui che doveva mantenere la disciplina fra i parlamentari conservatori. Ora, stando agli ultimi dossier, coloro che si sono lasciati andare ad abusi e molestie sarebbero diversi fra le fila dei deputati. E poi l’eccentricità di tenere una tarantola velenosa “addomesticata” nel palazzo, tenuta in una gabbia di plastica trasparente nel suo ufficio – come ha riportato la Bbclascia ulteriormente perplessi i sudditi di Sua Maestà sulle doti del giovane neoresponsabile della Difesa. Così come la nomina, da parte della premier, del suo successore a chief whip, incarico andato a un altro fedelissimo della May, il deputato 46enne Julian Smith, anziché a una donna, come sarebbe parso perlomeno opportuno.

In casa Tory, tuttavia, a suscitare polemica e sdegno sono anche esponenti del gentil sesso, come la 71enne Edwina Currie, già viceministro ai tempi di Margaret Thatcher, che ha liquidato sbrigativamente le accuse di abusi fatte da assistenti e ricercatrici parlamentari, rovesciando di fatto il sospetto sulle potenziali vittime. E intanto passa sotto traccia anche la sconfitta politica d’aver lasciato che venisse approvata una mozione dei laburisti che obbliga l’esecutivo a rendere pubblici i 58 studi sugli scenari possibili del dopo Brexit. Un ulteriore segno di debolezza per la premier che continua a navigare in un mare di guai.

 

Angie Hughes

Foto © Daily Mail

  • Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *