Brexit, approvata da Londra la proposta dell’Unione europea

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Risolta anche la questione dei confini irlandesi, alla fine l’ala oltranzista della maggioranza ha ceduto al compromesso per evitare il no deal. Ora i prossimi passaggi

13 Novembre 2018 | di | Europa - Eventi - Politica
May Brexit

Alla fine è arrivato l’agognato sì del governo britannico all’ultima proposta di condizioni per la Brexit presentata dall’Unione europea all’esecutivo guidato da Theresa May. Ci sono volute più di cinque ore di consiglio dei ministri per convincere gli oppositori a una soluzione giudicata troppo di compromesso, ma si trattava di scongiurare un no deal che rischiava seriamente di prendere forma. Regolata anche la spinosa questione dei confini irlandesi, il cosiddetto backstop, ultimo vero scoglio da superare.

I conservatori sono sempre stati divisi sulle modalità di divorzio dall’Ue e le trattative interne alla maggioranza sono state intense. La posizione della premier, per una Brexit morbida, non riscontravano apprezzamenti nè tra l’opposizione, che vorrebbe rimanere in Europa e ha anche chiesto un nuovo referendum, nè tra l’ala più oltranzista, che non voleva più legami con l’Ue.

May BrexitIl nodo stava nel rispetto degli Accordi del Venerdì Santo, che nel 1998 hanno posto fine alla sanguinosa era di terrore e repressione tra indipendentisti nordirlandesi e governo centrale. Come condizione era stata posta l’impossibilità di marcare le frontiere tra il nord, l’Ulster, e il sud, la Repubblica d’Irlanda.

L’Ue aveva proposto un regime speciale per l’Irlanda del Nord, in modo da tenerla nell’area di mercato comune europeo. Ipotesi non gradita da Londra per non minare l’unità territoriale del Regno, che a sua volta proponeva un biennio di transizione e di libero scambio per l’Ulster. Il risultato dovrebbe essere una via di mezzo, tutto il Regno Unito godrà di questo periodo transitorio fino al 2021, poi l’Irlanda del Nord avrà qualche privilegio in più e soprattutto niente confini terrestri nel meridione mentre per Belfast si profila uno status specifico sotto l’ala della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Per mantenere la compattezza dell’esecutivo, Theresa May ha superato quello che ha chiamato «l’ostacolo finale» con un meccanismo di osservazione indipendente che risolva tutte le questioni pendenti soprattutto per quanto riguarda il backstop. Anche il ministro degli Esteri irlandese Simon Coveney si era esposto molto in merito, auspicando una rapida intesa, «prima succede e meglio è».

Johnson BrexitGli oltranzisti capeggiati dall’ex sindaco di Londra ed ex ministro degli Esteri Boris Johnson hanno fatto fatica a digerire le condizioni della soft Brexit voluta da Theresa May, lo stesso Johnson ha parlato di un Regno Unito ridotto a «stato vassallo» e di tradimento del voto referendario. «La bozza d’intesa avvicina significamente il Regno Unito verso ciò per cui il popolo ha votato», la replica di Theresa May, che assicura la salvaguardia «dell’interesse nazionale».

La minoranza pro hard Brexit alla fine è stata convinta perché comunque il no deal era una prospettiva di gran lunga peggiore. Ora il prossimo appuntamento è al vertice speciale a Bruxelles del 25 novembre e lì, salvo clamorosi intoppi, si arriverà alla conclusione definitiva. Altrimenti l’ultima speranza sarà riposta agli incontri di metà dicembre.

L’ultima parola però spetterà alla Camera dei deputati, la stampa già parla del voto parlamentare come del «giorno del giudizio» . La schiera di no dovrebbe essere folta. In bilico i deputati nordirlandesi del Partito Unionista, determinanti per i numeri della maggioranza ma che come dice il nome guardano più a Londra che a Dublino e potrebbero storcere il naso per i rapporti che si verrebbero a creare a queste condizioni.

May BrexitPiù, oltre all’opposizione, ci sono da convincere gli euroscettici in seno alla maggioranza. Il deterrente è lo spauracchio del no deal, che secondo le previsioni porterebbe a un caos finanziario e dei mercati oltre che a una difficile gestione di questioni pratiche.

Tra queste lo spostamento dei lavoratori e più in generale delle persone, il destino del traffico aeroportuale. Londra lascia intendere che rimarrà aperta. Ma sarà fondamentale capire quali saranno i requisiti per diventare residenti o cercare legalmente lavoro.

Gli europei già stabilmente sul suolo britannico avranno tempo fino a dicembre 2020 per presentare la domanda per i documenti che attestino il settled status, cioè di presenza da prima dell’ufficialità della Brexit. In caso di no deal, i cittadini Ue che intendono trasferirsi dopo il 29 marzo 2019 invece sarebbero trattati alla pari di qualunque altro abitante di un Paese extracomunitario, senza privilegi di sorta.

BrexitA rischio finirebbe anche il futuro della British Airways, la compagnia di bandiera del Regno Unito. La proprietaria IAG, International Airlines Groups, sta trattando con il governo spagnolo per ricevere supporto in caso di no deal. Per avere diritti e concessioni all’interno del territorio Ue, le compagnie dovrebbero avere almeno il 50% di investitori europei.

E se Easy Jet si è cautelata con una filiale con sede a Vienna, la strada della British Airways sembra più in salita. L’ipotesi è che la IAG punti realmente non tanto ad aumentare la partecipazione spagnola quanto a porre la problematica alle istituzioni di Bruxelles. In ballo ci sono anche le convenzioni per gli accordi bilaterali sui voli transoceanici, che rappresentano una quota cospicua dei servizi offerti.

Ma anche su questo fronte, come sugli altri, si è in fiducioso stand by.

 

Raisa Ambros

Foto © Daily Express; Huffington Post; politico.eu;

thetimes.co.uk; Evening Standard; Il Messaggero.

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