Brexit, Regno Unito pronta a riprendere il dibattito parlamentare

  • Condividi questo articolo

Il 15 gennaio l’accordo Londra-Bruxelles sarà votato in aula. La premier May cerca di mediare fino all’ultimo per evitare l’incertezza del no deal

7 Gennaio 2019 | di | Attualità - Europa - Politica

Ci si è mossi poco sul fronte Brexit durante le vacanze natalizie, ma non c’è stato lo stallo assoluto. Anche perché il voto parlamentare sul piano concordato dalla premier Theresa May e l’Unione europea sull’uscita britannica dall’Europa è imminente. Salvo nuovi rinvii, l’aula sarà chiamata a esprimersi il 15 gennaio.

La prima ministra è ancora convinta del suo ruolo mediano tra l’Unione, il Parlamento e l’ala oltranzista del suo governo, che respinge le condizioni blande dell’accordo per la Brexit. Questi ultimi sono inoltre preoccupati dalla possibilità che il backstop, il regime speciale di frontiera tra Eire (che è e rimarrà nell’Ue) e Irlanda del Nord, finisca col divenire permanente.

Brexit MayCosì la May punta sulla temporaneità della misura, necessaria per tenere fede all’Accordo del Venerdì Santo del 1998 che pose fine alla sanguinosa era di terrorismo separatista. La difficoltà sta nel far accettare il compromesso a tutte le parti in gioco. Anche perché, a suo giudizio, è difficile se non impossibile ottenere qualcosa di meglio.

L’azione della premier si concentra soprattutto sul convincere il Partito unionista democratico (Dup), l’alleato nordirlandese di governo che, come dice il nome, vuole una maggiore unione con la Gran Bretagna. I dieci voti dei parlamentari del Dup, in un contesto così delicato, possono risultare decisivi per far passare il piano May. Ma questo è tutt’altro che scontato. Secondo il gruppo mediatico Bloomberg, infatti, per il Dup «limare gli angoli non è sufficiente». Ovvero, niente backstop.

BrexitMa la May si è mossa anche fuori dai propri confini, sperando di trovare nei principali leader europei e dell’Ue un alleato che convinca i deputati britannici a votare per il piano siglato, evitando così lo spettro del no deal, l’uscita incondizionata della Gran Bretagna. L’unica certezza è che il 29 marzo la Brexit sarà esecutiva, che ci sia un voto parlamentare favorevole o meno.

Un nuovo referendum che rimetta tutto in discussione è impraticabile, altrettanto difficile un passo indietro del governo che potrebbe revocare unilateralmente l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, rimanendo nell’Ue senza che gli altri membri debbano votare o dare parere positivo.

Dal 9 gennaio si riapriranno i dibattiti che si concluderanno col voto parlamentare, è escluso un nuovo rinvio come accaduto a metà dicembre anche per le pressioni di 200 deputati che hanno scritto alla May per evitare che tutto quanto si ripeta. Del resto, i tempi di discussione andrebbero ad assottigliarsi ulteriormente.

BrexitLa May sta usando il caos che potrebbe conseguire il no deal come deterrente, «nell’interesse della Nazione». Contestualmente il Paese si sta attrezzando a questa eventualità, a volte pesando alla fuga. Secondo un sondaggio dell’agenzia di stampa tedesca Dpa, c’è stato un boom di domande di passaporto dal Regno Unito verso molti Paesi europei, Irlanda, Spagna e Germania su tutti.

Secondo la multinazionale di consulenza Ernst&Young anche le aziende pensano alla smobilitazione, con perdite che sarebbero calcolabili nell’ordine di circa 800 miliardi di sterline e di oltre 7000 posti di lavoro. Per altri istituti sono addirittura stime al ribasso. Dubbi anche sull’appalto per nuove linee di traghetti che rafforzeranno non solo la tratta classica Dover-Calais ma anche quella Ramsgate-Ostenda, in Belgio, in modo di diversificare e alleggerire il traffico.

BrexitÈ risultato che i vincitori della concessione sono al momento sprovvisti di navi, ma il ministro dei Trasporti Chris Grayling spegne ogni polemica: «si tratta di una start-up, il governo intende favorire nuove attività», come a dire che al momento giusto tutto sarà pronto.

Il punto più caldo su cui lavorare è però quello sullo status dei cittadini europei in Gran Bretagna (e viceversa). I governi rassicurano sul fatto che il quadro giuridico esistente verrà sostanzialmente mantenuto.

Dimostrando una residenza antecedente il fatidico 29 marzo, si potrà ottenere un soggiorno di lungo periodo, con procedure agevolate se da più di cinque anni sul territorio, in osservanza della direttiva CE n.109 del 2003. In ballo ci sono servizi fondamentali come accesso alla sanità, all’istruzione, all’occupazione e i ricongiungimenti familiari.

 

Raisa Ambros

Foto © Recruit4Vets; bbc.co.uk; express.co.uk; news.sky.com

  • Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *