Brexit: May raddoppia “divorce bill” a 40 miliardi. Sarà sufficiente?

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Davis: «“No deal” ancora possibile». Barnier: «Solo chi ignora i vantaggi dell’adesione all’Ue può dire che non raggiungere un accordo sarebbe un risultato positivo»

22 novembre 2017 | di | Economia - Europa - Politica

È trascorso più di un anno dal referendum con il quale i cittadini britannici hanno espresso la loro volontà di uscire dall’Unione europea. Volontà che, da sola, non è certo sufficiente a reggere una questione tanto delicata. Le implicazioni legate all’uscita del Regno Unito dall’Ue sono molteplici: in campo sociale, politico e, soprattutto, economico e finanziario. Proprio per questo, le complicazioni sembrano aumentare di mese in mese, la tensione politica in patria si accentua e l’instabilità della situazione europea, non ultima della recente crisi tedesca, non fa che complicare il quadro.

Michel Barnier

Di fatto, dopo un anno e mezzo, la situazione è di stallo. Theresa May, nonostante le ripetute richieste ai vertici Ue, non ha ancora ottenuto che si passi alla seconda fase dei negoziati, quella più importante per i britannici nella quale, fra l’altro, si dovrà discutere degli accordi commerciali. Proprio a questo scopo, il governo May avrebbe espresso la disponibilità del Regno Unito di raddoppiare la somma del cosiddetto “divorce bill”: da 20 a 40 miliardi di sterline. Una mossa che ha sollevato pesanti critiche sia all’interno del suo partito che fuori.

Il ministro britannico per la Brexit, David Davis, proprio in queste ore ha ricordato che il “no deal” «è ancora possibile». In altre parole, non esclude un’uscita dall’Ue senza il raggiungimento di un accordo fra le due parti. Scenario che, nelle ultime ore, sembra tutt’altro che inverosimile. Lo dimostrano anche le dichiarazioni Michel Barnier, capo negoziatore Ue: «Il “no deal” non è il nostro scenario – ha spiegato Barnier – anche se saremo pronti. Solo coloro che ignorano o vogliono ignorare gli attuali vantaggi dell’adesione all’Unione europea possono dire che non raggiungere un accordo sarebbe un risultato positivo».

Theresa May sembra trovarsi tra due fuochi: da una parte c’è la politica (esponenti Tory in primis), che la esorta ad abbandonare le trattative con l’Unione europea (sfruttando, tra l’altro, l’attuale crisi tedesca); dall’altra ci sono le imprese (e la Institute of Directors che le rappresenta) che profilano scenari tragici per l’economica britannica nel caso in cui non si riuscisse a raggiungere un accordo equo.

Nel frattempo, Goldman Sachs ha già dichiarato che trasferirà i propri uffici da Londra a Francofrote e Parigi e c’è da aspettarsi che anche altre banche internazionali seguiranno il suo esempio. Il timore è che anche le industrie possano decidere di lasciare il Regno Unito per trasferirsi in altri Paesi Ue.

La posta in gioco è evidentemente alta e la May non può permettersi passi falsi. Il tempo, del resto non è molto: il prossimo vertice dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea è previsto per il 15 e 16 dicembre a Bruxelles. In quei giorni la premier si giocherà l’ennesima mano di una partita cruciale per il suo Paese.

 

Valentina Ferraro
Foto © European Union 2017 – Source : EP

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