Bruxelles: scenari post-Brexit alla Conferenza Annuale Servizi Finanziari

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Le sfide del settore economico e creditizio, dalla stabilità dopo l’uscita britannica dall’Ue all’obiettivo crescita sostenibile per un’ottica di lungo periodo

24 Febbraio 2019 | di | Economia - Europa - Eventi - Politica
Financial Services conference Brussels

Si è tenuta nella sede del gruppo bancario BNP-Paribas a Bruxelles la 17ᵃ edizione della Conferenza annuale europea sui servizi finanziari, organizzata da Assonime (associazione di società per azioni italiane), la banca internazionale britannica Barclays e l’agenzia di consulenza di comunicazione globale strategica Kreab.

Tra i principali speaker, John McFarlane, amministratore delegato di Barclays; Shriti Vadera, a.d. di Santander UK; Denis Duverne, a.d. Axa; Jean Pierre Mustier, ceo di UniCredit; John Berrigan della Commissione europea e Laurence Pessez, Global Head per la Responsabilità Sociale di BNP-Paribas.

Financial Services conference BrusselsOltre trecento i partecipanti invitati, per dibattere sulle problematiche che affliggono la finanza e i mercati europei e mondiali. Soprattutto di stabilità, in un periodo di incertezza aggravato dalle incognite che la Brexit porta con sé. Ma anche per analizzare le strategie di sviluppo globale dell’Unione europea per la competitività nei mercati finanziari.

Un primo effetto della Brexit sembra essere l’espansione dei servizi finanziari in Europa. 47 fra istituti bancari, assicurativi e altre aziende stanno pensando di spostare alcune delle loro attività in Lussemburgo, per ovviare all’imminente minaccia che l’uscita del Regno Unito dall’Ue potrebbe comportare. Colossi come Credit Suisse e Lloyds Banking Group hanno già confermato questa scelta, anche JP Morgan sta valutando l’opportunità per alcune operazioni.

Il gruppo lobbistico Frankfurt Main Finance ha previsto per Londra una perdita di 800 miliardi di euro di asset, visto che i prestatori tenderanno a indirizzarsi altrove, specialmente Francoforte. 30 dei 37 istituti finanziari che hanno fatto domanda alla Banca centrale europea per ottenere nuove licenze o prolungare quelle già esistenti hanno scelto la città tedesca come quartier generale per l’Europa. Le altre mete preferite dalle società in fuga dal Regno Unito sono Dublino e Parigi, con una perdita di migliaia di posti di lavoro e, in caso di no deal, problemi per i clienti di accesso diretto all’Ue.

Shriti Vadera SantanderGià dal referendum del 2016 Shriti Vadera presiede l’EFSCAC, un gruppo di 15 fra a.d. e ceo del settore finanziario che puntano a fungere da cassa di risonanza per i ministri britannici nella fase di trattative per la Brexit. Per lei «la complessità del mercato dei capitali è tale da non indurre all’ottimismo», specie se prevarrà la cosiddetta hard Brexit.

Ma questo è uno scenario, a suo giudizio, poco probabile, anche perché tutto potrebbe essere rinviato addirittura all’estate, dando più tempo per nuovi accordi condivisi. Dal canto suo, l’Ue sta preparando le contromisure per permettere ai trader di derivati l’accesso al mercato britannico, ma niente è esente da rischi. Anche perché finora «c’è un insieme di misure nazionali leggermente differenti». Santander è prossima alla chiusura di 140 filiali nel Regno Unito, per 1.200 posti di lavoro a rischio.

Anche Denis Duverne si è detto fiducioso sul fatto che alla fine non ci sarà il no deal, dato che il Regno Unito ha dimostrato di voler scongiurare questo azzardo. Tuttavia c’è anche la considerazione che gli investimenti sono in calo, soprattutto sulle nuove tecnologie, al contrario di quanto avviene, ad esempio, negli Stati Uniti.

John McFarlane BarclaysL’assenza di chiarezza nei servizi finanziari e l’incertezza sul no deal significano dover decidere, nei prossimi giorni, se trasferire 250 miliardi di sterline di asset dalla Gran Bretagna all’Ue, afferma John McFarlane. Cosa che sarebbe evitabile se ci fosse un quadro più definito e la sicurezza di una transizione nella Brexit.

La Barclays ha ottenuto da poco il permesso al trasferimento di buona parte dei suoi affari nelle sedi succursali di Dublino, per un volume di 5.000 clienti e 190 miliardi di euro. La crescita dovuta alla delocalizzazione in Irlanda è stimata in un’ampia forchetta che va dai poco più di 3 ai 250 miliardi, basata sull’assunzione che il negoziato tra Regno Unito e Ue non avrebbe creato condizioni favorevoli.

«È nel nostro interesse creare un mercato di capitali», aggiunge McFarlane, «a mio parere sarebbe molto meglio se il periodo per arrivare alla Brexit venisse esteso. La priorità ora è la collaborazione tra le varie banche».

Per Jean Pierre Mustier affinché funzionino le fusioni transfrontaliere di istituti bancarie bisogna tagliare i costi. «Una fusione non riguarda la dimensione. All’Unicredit abbiamo tagliato il 25% dell’export e degli sportelli, è brutale ma in una fusione devi farlo, anche se non è stato facilissimo».

Laurence Pessez BNP Paribas«L’unica possibilità è diventare sostenibili, se vogliamo salvare il pianeta», dichiara Laurence Pessez, «non possiamo rimanere neutrali. Le banche devono avere un ruolo fondante per risolvere i problemi della società o almeno accogliere le sfide finanziarie nella giusta direzione». Lo sviluppo economico e finanziario dunque non deve essere antitetico al voler lasciare «un impatto con un progetto ambizioso che contribuisca positivamente su tematiche come cambiamento climatico, biodiversità, disuguaglianza di genere», in accordo agli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile fissati nel 2015 dalle Nazioni Unite.

Di lungo termine anche la visione della Commissione europea, che sta creando un’Unione dei mercati dei capitali, «nel tentativo di sviluppare la crescita», spiega John Berrigan. Questa unione potrà integrarsi con il finanziamento bancario, sbloccare capitali per offrire più scelte di per i piccoli investitori e allo stesso tempo regolamentare al meglio gli istituti bancari, tutelando i risparmiatori grazie al controllo dei rischi.

 

Raisa Ambros

Foto © eu-ems.com

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