Censis 2017: «un Paese in cui il futuro è rimasto incollato al presente»

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Italia invecchiata, impotente di fronte ai cambiamenti climatici, ferita dai crolli di abitazioni, ponti e scuole, con poche offerte di lavoro per i giovani

1 dicembre 2017 | di | Eventi - in evidenza - Lavoro

Presentato a Roma, presso la sede del CNEL, il 51° Rapporto del CENSIS. Sono intervenuti, per spiegarlo, il direttore genereale Massimiliano Valerii e l’inossidabile segretario generale Prof. Giorgio De Rita. Secondo il rapporto emerge un dato che tutti sanno, l’Italia è un Paese invecchiato che fatica ad affacciarsi sullo stesso mare di un continente di giovani. Impotente di fronte ai cambiamenti climatici, ferito dai crolli di abitazioni, ponti e scuole a causa di una scarsa cultura della manutenzione. Incerto sulle possibilità di offrire opportunità di lavoro ai giovani e all’imprenditoria femminile.

Secondo il rapporto solo il 26,2% della popolazione del Belpaese tra i 30 e i 34 anni è in possesso di un titolo di studio di livello terziario e siamo i penultimi in Europa prima solo della Romania (25,6%) e a notevole distanza dal Regno Unito  (48,2%), dalla Francia (43,6%), Spagna (40,1%) e Germania (33,1%). La scarsa attrattiva dell’istruzione terziaria scaturisce da una offerta di lavoro basata nella Penisola su percorsi accademici poco professionalizzanti. Nell’ultimo anno il tasso di disoccupazione dei laureati 25-34 anni è stato pari al 15,3% .

Altro fattore, gli stipendi bassi, in quanto la retribuzione mensile netta dei laureati magistrali biennali a cinque anni dalla laurea è di 1.344 euro al mese in Italia mentre all’estero è di 2.202 euro. Ampia quota di occupati sovraistruiti rispetto ala lavoro che svolgono (37,6%) ed esiguo differenziale retributivo rispetto a chi si ferma al diploma (più 14%). L’Italia inoltre attrae soprattutto giovani migranti scarsamente scolarizzati, tanto che il 90% degli stranieri non comunitari, che hanno trovato lavoro nello Stivale, fanno gli operai.

La demografia italiana è segnata dalla denatalità, dall’invecchiamento e dal calo della popolazione. Nel 2016 la popolazione è diminuita di 76.106 persone e già nel 2015 si era ridotta di oltre 130.000 unità. Nel 1991 i giovani da 0-34 anni erano 26,7 milioni e rappresentavano il 47,1% della popolazione, nel 2017 sono scesi a 20,8 milioni. I trasferimenti all’estero nel 2016 sono stati 114.512, triplicati rispetto al 2010 (39.545). Gli over 64 superano ora i 13,5 milioni (22,3%) e le previsioni annunciano  che già nel 2032 saranno il 28,2% della popolazione complessiva.

C’è però un fattore positivo a proposito della nostra industria. L’incremento del 2,3 per cento della produzione italiana nel primo semestre del 2017, risulta il migliore tra i principali Paesi europei. Infatti Germania e Spagna sono a più 2,1%, Regno Unito più 1,9%,Francia più 1,3%. L’export italiano corre alla grande, brillano la creatività del comparto moda, il design dell’arredo, la tipicità alimentare e nel 2016 il nostro Paese ha raggiunto il quinto posto nel mondo per valore della produzione dopo la Cina, la Germania, il Giappone e a brevissima distanza dagli USA.

È il 3° tra i Paesi esportatori dopo Germania e Giappone. Il rapporto Censis ha esaminato attentamente il benessere soggettivo degli italiani. Dopo anni di diminuzione dei consumi, i cittadini  tornano a spendere un po’ di più per poter fare una vacanza all’estero (il 40,8%), il 32,3% spende per mangiare in ristoranti e trattorie, il 24,7% per acquistare abiti e accessori, il 16,9% per cinema, mostre teatro e spettacoli e ci sono anche 28,5 milioni di italiani che nell’ultimo anno hanno acquistato un servizio o un prodotto senza scontrino né fattura.

C’è anche un capitolo che riguarda la politica. L’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 64%  è convinto che la  voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica. Il chè potrebbe determinare una minore affluenza alle urne nelle prossime elezioni.

 

Giancarlo Cocco

Foto © CENSIS

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