Commissione Juncker: un bilancio dei primi 100 giorni

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8 Febbraio 2015 | di | Attualità - Economia - Europa - Politica

Giro di boa per la Commissione Juncker. Sono passati i primi 100 giorni e già si può tracciare un bilancio del lavoro svolto dalla squadra del navigato politico lussemburghese.

Forte dell’esperienza dei singoli componenti – nel Team Juncker ci sono, infatti, ben 9 ex Primi ministri, 19 ex ministri (di cui 3 degli Esteri), 7 già precedenti membri della Commissione e 8 ex parlamentari europei – fra i programmi presentati dall’esecutivo comunitario ce ne sono di molto ambiziosi. Come il piano per gli investimenti da 315 miliardi di euro, invocato da molti Paesi (Italia e Francia in testa), la volontà di spostare l’obiettivo dall’austerità alle politiche per la crescita o quello di porre attenzione su meno dossier legislativi ma più ben definiti.

Junker and CameronIniziative che avevano destato molto interesse fra i cittadini dei Ventotto, usciti scoraggiati dalle ultimi elezioni europee. Fondamentale la scelta di uno dei candidati che “ci aveva messo la faccia” presentandosi come candidato del PPE prima dell’apertura dei seggi elettorali, che ha costretto le cancellerie del Vecchio Continente a operare alla luce del sole, una volta tanto, per scegliere a chi dare l’incarico. Si è perfino visto un premier, l’inglese Cameron, scagliarsi pesantemente contro la scelta del candidato presidente in pectore uscito dalle urne. Non era mai accaduto, non ha scalfito minimamente l’importanza politica della scelta del presidente Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione, semmai ha messo ancora più in ombra lo stesso Cameron.

Dunque primi cento giorni per la nuova Commissione, entrata nel pieno delle sue funzione il primo novembre scorso, dopo le audizioni (ottima quella di Federica Mogherini, come abbiamo già avuto modo di scrivere qui) e il piccolo trauma della bocciatura dell’ex premier sloveno Alenka Bratusek (peraltro autonominatasi commissario per il suo Paese, ndr), per colpa della quale la Slovenia aveva perso anche una delle vicepresidenze e l’importante portafoglio per l’Unione energetica a favore dello slovacco Maros Sefcovic. Quindi dopo le elezioni di maggio 2014 e l’indicazione dell’ex premier lussemburghese al Consiglio europeo del 27 giugno, l’esecutivo Ue capitanato dall’ex premier lussemburghese ha avuto l’imprimatur del Parlamento europeo per il suo capo il 15 luglio con ben 422 voti e il 22 ottobre come collegio con 426, pieni poteri per cercare d’imprimere quella svolta più volte richiesta e da Juncker promessa.

Jean-Claude JUNCKERMa le difficoltà non sono finite. Subito dopo l’insediamento è stata la volta dello scandalo dei “tax ruling” in Lussemburgo che ha portato già nel primo mese Jean-Claude Juncker a subire una mozione di censura, presentata da 76 deputati del gruppo EFDD su iniziativa dei componenti del Movimento 5 Stelle (di cui abbiamo parlato qui), poi respinta a grande maggioranza (461 voti più 88 astenuti). Altra situazione mai accaduta, ma che non ha certo aiutato la Commissione e il suo presidente a muovere i primi passi. Così come la situazione del debito greco (un crescendo fino alle elezioni anticipate del 25 gennaio scorso) o la guerra in Ucraina, che ancora pone grandi imbarazzi (e interrogativi) sulla capacità d’intervento dell’esecutivo. Oppure lo stesso cavallo di battaglia di Juncker, quel piano che dovrebbe mobilitare più di 300 miliardi di euro partendo, come poi si è spiegato, da garanzie pubbliche per soli 16 miliardi. Si possono aggiungere anche i recenti attacchi terroristici avvenuti in Francia, ma forse è ancora troppo presto per capire se è mancato un coordinamento nelle strategie e nelle politiche comuni di protezione, al di là delle compatte iniziative di solidarietà.

General view of Members of the staff of the EC outside the Berlaymont building, some of them holding posters with the inscription "Je suis Charlie"Eppure i cambiamenti ci sono stati, e sono indiscussi. Da quelli meramente procedurali, come la diminuzione dei portavoce da 38 a 14 e della media delle conferenze stampa da 14 a 3, al notevole riassetto delle competenze dei commissari, con l’aumento del potere dei vicepresidenti che, di fatto, sono diventati dei capiarea anche logisticamente: al Berlaymont, in ogni piano, dall’ottavo al tredicesimo (quello del presidente Juncker), i vicepresidenti sono a stretto contatto con gli altri commissari con competenze convergenti, rendendo più semplici e operative lo svolgimento delle continue riunione e dei tavoli di lavoro. In questo una menzione particolare va fatta alla Mogherini, che insieme al presidente ha deciso il ritorno al palazzo cuore della Commissione, dopo “l’esilio” deciso dalla Lady Pesc uscente, Catherine Ashton, al sesto piano del Servizio di azione esterno europeo (Eeas) per stare “in mezzo”, tra Commissione e Consiglio.

John Kerry, on the right, and Federica MogheriniDecisiva anche l’enunciazione delle dieci priorità, che pervicacemente Juncker ha posto alla base della politica della sua squadra: dal già citato rilancio dell’occupazione, della crescita e degli investimenti alla realizzazione del mercato unico digitale connesso; dalla sicurezza energetica con politiche previdenti in materia di cambiamenti climatici al mercato interno più profondo e più paritario con una base industriale più forte; dall’Unione economica e monetaria più profonda ed equa (con maggior integrazione finanziaria, di bilancio, economica e politica, sulla traccia delle linee guida del 2012) all’accordo più concreto ed equilibrato di libero scambio con gli Stati Uniti (che rimuova i reali ostacoli al commercio con gli Usa); dall’area di  giustizia e di diritti fondamentali basate sulla reciproca fiducia alla nuove politiche nei confronti dell’immigrazione; dal ruolo più incisivo a livello mondiale all’Unione di cambiamento democratico, che significa più dialogo con le altre Istituzioni che rappresentano i cittadini europei.

Matteo RenziDa qui la decisione di rispondere subito “a tono”, pubblicamente, dopo la polemica sugli euroburocrati partita dal presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, mentre questi si accingeva a prendere l’incarico di presidente di turno del Consiglio Ue, all’onnipresenza in questi 100 giorni dello stesso presidente Juncker (ben 8 volte alle riunioni del Parlamento europeo in plenaria a Strasburgo) e degli altri commissari 65 volte al Pe (rispondendo a 3426 interrogazioni), 27 al Consiglio, 24 nei Parlamenti nazionali, apparendo 268 volte in interviste e speciali nei soli mesi di novembre e dicembre. Juncker ha anche già incontrato 14 capi di Stato e di Governo (la metà dei Ventotto) al Berlaymont a Bruxelles e tenuto 15 bilaterali con gli altri leader ai margini del G20.

Jean-Claude Juncker, on the left, and Natasha Bertaud, his Spokesperson, in front of the pressUn giudizio, quindi, è assolutamente prematuro. Così come definire superate le politiche economiche di rigida applicazione dell’austerità che avevano caratterizzato le fasi finali dell’era Barroso. Le regole del Patto di Stabilità e Crescita non cambiano, in particolare il rispetto del limite del 3% del rapporto deficit/Pil, ma c’è sicuramente più spazio per concedere politicamente margini di manovra e tempo nel rispetto dei vincoli di bilancio in caso di attuazione di riforme strutturali, in particolare per gli Stati dell’Eurozona. Non poteva essere diversamente nelle previsioni, viste le posizioni prese all’epoca in cui Juncker era presidente dell’Eurogruppo, che lo avevano fortemente inimicato alla potente Germania. Ma le cose cambiano e oggi la cancelliera Merkel, dopo averlo appoggiato come candidato presidente per il PPE, sposa in pieno uno dei motti di Juncker e del suo braccio destro (e primo vicepresidente) Franz Timmermans: “l’Europa deve essere grande sui grandi temi e piccola su quelli piccoli”.

 

Giovanni De Negri

Foto © European Community, 2015

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