Confcommercio: web tax per i giganti dell’elettronica di consumo

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Asimmetrie concorrenziali sui rischi per la sostenibilità del settore. Necessario intervenire, non solo a livello fiscale ma soprattutto per i posti di lavoro

23 Novembre 2019 | di | Hi-Tech

Il Mercato dell’Elettronica di Consumo è tra i settori che in Europa e nel mondo subiscono una situazione di concorrenza asimmetrica. Secondo stime di Gfk del 2018 gli italiani hanno speso in prodotti elettrici ed elettronici (compresi i giocattoli) quasi 18 miliardi di euro di cui il 18% venduti tramite canali on-line, pari a 3,2 miliardi di Euro. Di questi oltre 3 miliardi sono generati da vendite che transitano attraverso piattaforme multinazionali di intermediazione digitale, queste percentuali sono destinate ad ampliarsi. Nelle vendite on-line Amazon detiene il 65% mentre il resto del canale è polverizzato in oltre 500 siti di commercio elettronico di cui solo una manciata di dimensioni rilevanti.

Di questa trasformazione epocale nel commercio, e affinchè tutti gli attori (piattaforme digitali e commercianti ) usufruiscano di pari condizioni competitive, o quantomeno vengano applicate le medesime norme (fiscali in particolare ndr), soprattutto nel Belpaese, è necessario parlare di Web Tax. L’argomento è stato  affrontato in un convegno tenutosi a Roma in un hotel a due passi dal Parlamento promosso da Aures e Ancra di Confcommercio e Eucer Council, -European consumer electronics retail council – nel quale è stata presentata una ricerca del Prof. Marco Gambaro, dell’Università degli Studi di Milano, dalla quale emerge che sono necessari a livello governativo, significativi interventi normativi per regolamentare e ripristinare un corretto funzionamento della concorrenza.

Molti governi sono stati spinti ad emanare leggi regolatorie su provvedimenti specifici. In diversi Paesi europei l’attività di Uber è stata limitata, a meno che i driver non adottino le stesse regolamentazioni delle macchine a noleggio. Anche nel turismo si è cercato di separare le attività professionali (Hotel, ecc.), da coloro che offrono stanze e abitazioni tramite Airbnb, riservando regolamentazioni semplificate a chi affitta in modo saltuario. In città come San Francisco, New York e Parigi è stato fortemente limitato il numero di giorni l’anno in cui una stanza o un appartamento possono essere affittati.

«Gli elementi di preoccupazione» – commenta Gambaro –«sembrano essere le asimmetrie rispetto gli operatori tradizionali, uno sviluppo incontrollato, l’abuso di dati personali dei consumatori con la possibilità di influenzare in modo indebito le preferenze e i comportamenti di acquisto». A ciò si aggiunge che le grandi economie di scala legata alla globalizzazione  di molti compiti manageriali consentono a un minor numero di risorse qualificate, di gestire attività in molti mercati locali ove si sviluppa scarsa occupazione poco qualificata. Si perdono quindi posti di lavoro tradizionali e si incrementano quelli da magazziniere che saranno presto soppiantati, precisa Gambaro, da robot, come già sta avvenendo negli Stati Uniti.

In Europa la diffusione del commercio elettronico è proporzionale alla penetrazione di internet e si registrano rilevanti differenze tra i vari Paesi. Così in Germania nel commercio elettronico sono stati spesi 42,7 miliardi di euro, in Gran Bretagna 29,1, in Francia 21,7, in Spagna 11,6 miliardi. In Italia la spesa media pro capite è di 282 euro e lo sviluppo di Amazon nel nostro mercato, ha spinto alla chiusura numerosi negozi tradizionali, nonostante la quota di mercato on-line sia nel Belpaese inferiore rispetto ad altri Paesi. La ricerca riporta anche dati che riguardano la diffusione del Commercio Elettronico in Europa. Al primo posto la Svizzera con l’88% seguita da Regno Unito (87%) e Germania (86%).

L’Italia su 34 Paesi presi in considerazione, è al 26° posto con il 47%, dopo il Portogallo (49%), ultima l’Ucraina con il 22%. Tra gli interventi di politici presenti, spicca quello dell’imprenditore milanese l’On. Luca Squeri, attualmente Commissario nella X Commissione Attività Produttive, che ha rivelato come «il mercato va regolamentato fiscalmente e per la Web Tax il governo sta pensando a un introito di 600 0 700 milioni di euro  l’anno». Infine l’intervento da Milano del presidente di Confcommercio Carlo Sangalli che ha auspicato «l’armonizzazione della tassazione attraverso la WebTax». Il tema della regolamentazione delle piattaforme multinazionali di intermediazione on-line è un tema delicato, e ha al momento profili critici sui quali è necessario intervenire, non solo a livello fiscale ma soprattutto dal punto di vista delle norme di politica economica, massimamente per la salvaguardia dei posti di lavoro.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Giancarlo Cocco

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