Consultori familiari a 40 anni dalla nascita. Non solo numeri

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Passato, presente e futuro, un monitoraggio su tutta l’Italia con la collaborazione della quasi totalità degli operatori ed esperti del settore, 1.557 sedi pari all’83,7%

31 Dicembre 2019 | di | Costume

L’Istituto Superiore della Sanità il 12 dicembre 2019 (50° anniversario della strage di Piazza Fontana, ricordata dal prof. Michele Grandolfo) ha tenuto un Convegno sui Consultori Familiari a quaranta anni dalla nascita, fornendo numeri precisi, dettagliati, confrontati e analizzati in ogni forma e sostanza, riguardanti tutta l’Italia, evidenziando le eccellenze, le mancanze e le “mediocrità” che andrebbero corrette, vagliate e rimodulate secondo le esigenze dei cittadini, soprattutto delle cittadine, intravedendo inoltre una nuova visione della società stessa, con attenzione più alla prevenzione che alla terapia.

La quasi totalità dei Consultori Familiari del Nord, Centro e Sud, svolge attività nell’ambito della salute della donna; le attività di adolescenti/giovani e nell’area coppia/famiglia e adozioni. Diverse nella penisola le offerte formative e di servizi, ad esempio l’offerta di contraccettivi gratuiti è più frequente nel Nord, nel Centro è generalmente rivolta a tutta l’utenza, senza criterio selettivo e bassa al Sud.

          Il prof. Michele Grandolfo

A riconsiderare il valore autentico dei Consultori, frutto delle lotte delle donne e di chi negli anni ’70 intendeva realizzare una società più egualitaria, più giusta, improntata all’autodeterminazione femminile e delle persone in genere, è stato il prof. Grandolfo, il quale ha acceso i riflettori sulla ricerca ossessiva delle “fragilità” e quindi sul concetto del controllo dell’esperto sul fragile, malato, disagiato. La fragilità diventa nel tempo un’opportunità per formare consapevolezza ed evoluzione. Negli anni ‘60 e ’70 il conflitto sociale imponeva l’esigenza di autodeterminazione e quindi di una manifestazione intrinseca della propria autocoscenza. Nel campo del lavoro, gli operai prendevano la parola rivendicando l’autodecisione e l’essere protagonisti del proprio stato, ai “malati di mente” è stato riconosciuto il diritto alla parola con Basaglia. Il Movimento delle Donne irrompe sulla scena rivendicando in senso sublime l’autodeterminazione: “Il corpo è mio e lo gestisco io”, nascono i gruppi del self help, inoltre è pubblicato lo storico libro collettivo “Noi e il Nostro Corpo”.

In sostanza tutti i soggetti in campo riprendono in mano la propria vita, di donne, di operai, di genitori, di soggetti in campo che non hanno più bisogno di delegare la propria condizione diventando protagonisti attivi del proprio stato. Il Consultorio, in questo ambiente e contesto diventa un luogo di occasione per “imparare” ad autodeterminarsi e lo è ancora oggi.

Un servizio di base a tutela della salute della donna, del bambino e della coppia e quindi della famiglia. I Consultori familiari hanno introdotto principi innovativi, che ancora oggi, nel quadro complessivo dell’assistenza sociosanitaria, li rendono un esempio unico di orientamento alla prevenzione e alla promozione della salute, con un approccio olistico, multidisciplinare, in sinergia agli altri servizi territoriali. A Roma, inoltre, vi sono stati esempi originali di consultori femministici autogestiti come quello di Simonetta Tosi nel quartiere S.Lorenzo.

   L’intervento della dott.ssa Borsari

Il convegno dell’Istituto Superiore di Sanità ha fotografato la situazione attuale, pubblicando il numero dei Consultori, che a quaranta anni dalla nascita, avrebbero dovuto pienamente raggiungere i numeri previsti dalla legge, cioè un Consultorio ogni ventimila abitanti nelle città e uno ogni diecimila abitanti nelle zone periferiche o rurali. Dall’indagine invece emerge che su tutto il territorio nazionale è presente un consultorio ogni trentacinque mila abitanti. Ci sono inoltre situazioni drammatiche, come nella capitale, ad esempio nell’AslRm1 che conta un milione e ventimila abitanti, la media dei Consultori è uno ogni ottantasettemila abitanti. Fuori da ogni statistica e fotografia, la situazione del XIII Municipio dove erano rimasti due consultori, via Domenico Silveri e via Tornabuoni. Non solo, il Consultorio di via Silveri, 41 anni di attività consultoriale eccellente, ad agosto era stato accorpato, ma è stato difeso tenacemente dal Laboratorio di Quartiere e a gennaio riprenderà pienamente le attività precedenti. Solo in cinque Regioni e una Provincia Autonoma, è presente un Consultorio ogni venticinquemila abitanti, mentre in sette Regioni il numero medio è superiore a quarantamila, quindi un bacino di utenza per sede consultoriale più che doppio rispetto a quanto previsto dal legislatore.

È stato ribadito che settori forti della popolazione su cui investire prioritariamente con le strategie di promozione della salute vanno perseguiti per eliminare disagi e problematiche all’ordine del giorno di questo millennio. Le donne e l’età evolutiva, sperimentano il cambiamento e hanno maggior disponibilità a rimettersi e a ridisporre in discussione il proprio modo di essere.

L’esperienza dei consultori in Italia è stata molto positiva e ha contribuito a modificare la salute della donna praticando modelli innovativi come quello biopsico sociale e soprattutto l’autodeterminazione e partecipazione attiva femminile alla programmazione di servizi.

Per tramandare e innovare questa esperienza, sostiene la prof.ssa Silvana Borsari, è necessario un grande lavoro di elaborazione e ricerca, non solo da parte dei “professionisti” dei consultori, ma anche da parte delle Istituzioni nazionali, regionali locali e associazioni delle donne e degli uomini e singoli cittadini. L’ottimo lavoro svolto dall’Istituto Superiore di Sanità, dovrebbe avere lo scopo di riequilibrare le carenze che sono state evidenziate negli anni, mirando ad far applicare i numeri previsti per legge, altrimenti la semplice fotografia servirebbe a poco. Per attuare compiutamente il disegno originario è necessario che le risorse economiche che i cittadini versano attraverso l’Irpef e le varie addizionali, servano a potenziare le strutture pubbliche, e non come spesso accade, quelle private. Questo lavoro, come ha mostrato la rappresentante dell’Emilia Romagna, va compiuto insieme ai cittadini, come i rappresentanti dei Comitati di Quartiere, non solo tramite il modo degli esperti del campo, ginecologhe/i, ostetriche/i, psicologhe/i e via di seguito.

 

Giorgio De Santis

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