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La guerra dei numeri nella dittatura strisciante del reality Italia

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Come confrontare i dati rispetto agli altri Paesi per quanto riguarda l’emergenza coronavirus. In questa poca chiarezza la misura della mancata gestione del problema

24 Marzo 2020 | di | Primo Piano

La drammatizzazione di un fatto, un evento, un racconto ha la funzione di renderloforte” e quindi emotivamente e operativamente fruibile anche a chi, provvisto o sprovvisto di categorie di interpretazione, lo trovi utile strumento per inserire sé stesso nel flusso degli avvenimenti, traendone norme di comportamento e ancoraggi ad una o più appartenenze nelle quali riconoscersi. Nascono cosìparole d’ordine”, comodi mantra ripetuti talmente di frequente che citando o parafrasando Goebbels, che di queste cose se ne intendeva, si rimane coerenti con le proprie affermazioni “anche a rischio di prendere in giro sé stessi”.

Così vediamo noi italiani totalmente affogati dalle sabbie mobili di affermazioni che voler definire di dubbio gusto è solo frutto e sintomo di una buona educazione ricevuta. Di dubbio gusto è senz’altro l’affermazione, così disinvoltamente ripetuta da più parti, secondo cui “siamo in guerra”, passi se esca dalla bocca di medici o infermieri, o commessi del supermercato, farmacisti, autotrasportatori della filiera agroalimentare (ma solo di quella?) costretti a percorrere strade e raggiungere luoghi inseriti nelle zone rosse, o anche da parte di tassisti, piloti, hostess, forze dell’ordine, e di tutti quei soggetti che effettivamente stanno garantendo, sotto grave stress, un buon funzionamento (almeno per ora) del nostro sistema. Passi per lo stress. E poi basta. Nessuno sta bombardando le nostre case, violando le riserve idriche, sabotando la produzione di energia elettrica e altri piccoli dettagli che accadono costantemente in tutte le guerre, inclusi stupri, saccheggi ed esecuzioni sommarie per strada.

     Il presidente del Consiglio Conte

Affermare fino allo sfinimento che “siamo in guerra” svolge ben altre funzioni, di tipo politico, che vanno oltre ciò che si è scritto sopra, anche se sul consenso generato nei più esse si innestano e sviluppano. I poteri speciali hanno bisogno di questo. Non hanno bisogno della guerra, si accontentano di una narrativa coerente. Per sgombrare il campo da eventuali equivoci i poteri speciali sono necessari in caso di grave calamità naturale o umana, in capo alla Protezione Civile o ad un organo Commissariale esperto e deputato alla risoluzione di questi problemi, ma è ciò che stiamo vivendo? Stiamo vivendo la drammatizzazione quotidiana di un evento vero, una drammatizzazione che copre come una cortina fumogena o un rumore bianco almeno tre fatti che sono davanti agli occhi di noi tutti, se si ha la pazienza di guardare oltre le volute del fumo:

  1. non abbiamo una catena di comando chiara;
  2. non vengono posti in essere provvedimenti che hanno palesemente funzionato in situazioni in buona parte simili alla nostra (vedi il caso Corea del Sud);
  3. non sono chiari i numeri sopra i quali dovrebbero essere prese le decisioni (“prima conoscere, poi discutere, poi deliberare” diceva Luigi Einaudi e non a caso, nelle “prediche inutili”);
  4. di conseguenza, si è creato un blocco d’opinione attorno all’operato del Governo e del presidente del Consiglio, che impedisce non già la critica (almeno per ora e salvo il caso di alcuni medici che hanno perso anche il diritto di lamentarsi e di informare il pubblico), ma l’emersione della stessa, soffocata dal consenso liberticida degli spettatori del reality.
     Il prof. Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore della Sanità

Soprattutto quest’ultimo fatto ci porterà alla rovina, ma ci andremo a poco a poco, cantando dai balconi ad orari prestabiliti, come delle moderne, e autoconvocate, adunanze di consenso. L’unica guerra che si può combattere per cercare di vincere, di riavere indietro la nostra vita e la nostra modesta, ma dignitosa, prosperità, è quella dei numeri. Si perché i numeri hanno il difetto di non mentire, anche se in verità si può mentire concatenando varie interpretazioni degli stessi, in modo da confondere le acque e arrivare a delle comode menzogne basate su alcune verità. Ciò che si deve pretendere, quindi, non è solo la verità dei numeri, ma anche la chiarezza del metodo con il quale li si tratta. Non vi annoierò con troppe cifre, annoiano anche me, ma devo per forza richiamarne alla memoria qualcuno e, soprattutto devo richiamare qualche concetto col quale noi tutti consapevolmente o no, abbiamo trattato le cifre come fenomeno di massa.

Partiamo da un documento ufficiale: “Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi a COVID-19 in Italia” dell’Istituto Superiore di Sanità del 20 marzo scorso, l’ultimo di questo tipo pubblicato. Non ci interessano i valori assoluti, sono ormai superati dagli eventi. Ci interessano i valori relativi riportati nel “paragrafo 3. Patologie pre-esistenti”, nel quale si riportano le percentuali di incidenza della presenza di patologie aggiuntive al Covid-19 in un campione di 481 deceduti su una popolazione statistica di 3.200. La cosa interessante è che la percentuale di soggetti deceduti che non avevano patologie pregresse è dell’1,2%. Questo numero richiama alla memoria le polemiche iniziali, durante le quali c’era chi chiedeva di distinguere fra mortidi Coronaviruse morti “col Coronavirus”. A questa legittima richiesta si è sempre preferito rispondere in modo retorico e stizzito: “i morti sono i morti!”.

L’utilizzo della retorica violenta per evitare di dover dare delle risposte, spesso nasconde altre pretese e altri disegni, ma contiamo sul fatto che se la distinzione fra deceduti “con” o “di” Coronavirus la fanno l’Istituto Superiore di Sanità e la virologa Ilaria Capua, evidentemente una valenza scientifica ci deve pur essere. Lunedì scorso, 23 marzo ore 18:00 circa, ci dicono che il numero dei decessi in Italia è arrivato a 6.078 con un incremento, ci dicono, dei nuovi casi a 63.928 in totale, più 4.790 rispetto al giorno precedente, pari ad un incremento del 7,49% circa, in deciso miglioramento rispetto a dieci giorni fa (era attorno al 22% di media quotidiana) e con un trend che, in assenza di nuovi focolai infettivi, farebbe ben sperare. I nuovi decessi sono stati 602, con un incremento del 10,99% circa, anche questo in leggero calo, ma non così marcato, rispetto a dieci giorni fa.

🔴Roma 23 marzo 2020. Il bollettino delle 18 dal Dipartimento della Protezione Civile 🇮🇹Dipartimento Protezione Civile #covid #coronavirus #bollettinocoronavirus #celafaremo #iorestoacasa #iononesco #mediciitaliani #restareacasa #pandemia

Posted by Eurocomunicazione on Monday, 23 March 2020

Sono dati che potrebbero aprire, in un’altra decina di giorni, a nuovi scenari narrativi, ma ciò che si vuole porre in evidenza è che ciò sarebbe potuto avvenire fin dall’inizio. Purtroppo occorre fare un’osservazione, il dato che ci interessa di più non è quello dei contagiati, ma proprio quello dei decessi, proprio perché è l’unico dato certo. Il dato dei contagi, come faceva notare, sui social, un noto medico romano in quarantena per contagio, è del tutto approssimativo (non ci spingiamo oltre), in quanto la verifica col tampone si applica solo ai contagiati sintomatici, e nemmeno a tutti, visto che proprio il medico citato non è mai stato verificato in tal modo. Sono certi i morti e questo rimane l’unico dato confrontabile, ipotizzando che non vi siano reticenze o censure statistiche da parte di alcune nazioni poco o nulla democratiche (anche se acclamate come eroiche), si hanno solo notizie confuse, approssimative o poco chiare.

Dichiarare in modo limpido i criteri con cui si effettuano le statistiche è un obbligo per chi voglia renderle note ed è anche l’unico metodo attraverso il quale possano essere effettuate delle comparazioni, si trattano i dati in modo omogeneo sulla base dei reciproci criteri adottati. L’unica nazione, che sembra, abbia dichiarato in modo estremamente esplicito e chiaro il proprio criterio di rilevazione è la Corea del Sud, rilevazione a tappeto, cioè sul totale della popolazione, ovviamente in modo progressivo, con campagne di prelievo e analisi dei tamponi quotidiane. In questo modo si conosce il fenomeno e si può discutere e, infine, deliberare. La Corea del Sud, nel momento in cui scrivo, ha pubblicato i seguenti dati: 8.961 casi totali, di cui 64 nuovi, 111 morti totali, più 7 rispetto al giorno precedente. Balza subito all’occhio che la percentuale dei decessi sul totale dei contagiati è appena del 1,24%, e non del 9,51% come nel caso italiano. Ma quanto è realistico il dato italiano? Se applicassimo il dato coreano, facendo un calcolo al rovescio, sulla popolazione dei nostri deceduti, per ottenere il numero degli infettati, otterremmo questo 490.161. Questo sarebbe ad oggi, a parità di condizioni con la Corea del Sud, il numero “effettivo” dei contagiati, noti e non noti. Un numero pazzesco, un ordine di grandezza sopra il numero ufficiale. D’altro canto, se applicassimo alla lettera il numero fornito dall’Istituto Superiore di Sanità, ovvero la percentuale dei morti “di” Coronavirus sul totale dei decessi, (1,2% ricordiamolo), otterremmo 73 soggetti, equivalenti, se posti a rapporto con i casi totali d’infetti, ad una percentuale di appena 0,11%. Un dato che avrebbe, con tutta evidenza, disegnato scenari di comunicazione del tutto diversi.

Sono realistici questi dati? Non lo sappiamo, ma possono a tutta ragione essere presi come estremi di una situazione totalmente variabile e incerta. E in questa incertezza sta la misura della mancata gestione del problema, il che ci porta al quarto dei punti elencati sopra, la comunicazione. Il premier Conte sembra essersi impegnato solo in questa e i segnali che continuamente offre sono tutti nella stessa direzione: gestione poca e lenta, comunicazione in eccesso, rituale, ad orari comandati, e con punte di rara dolosità, come la diretta Facebook della notte fra sabato e domenica. Se non si vuol investire sulla rilevazione a tappeto, cosa assolutamente preferibile in quanto significherebbe la presa in carico della salute di tutti, si proceda almeno ad una rilevazione a campione. Una rilevazione random, magari stratificata per territorio e classi di età. Un campione significativo, ma non titanico, di 1.200 – 1.500 persone. Un approccio del genere costerebbe poco e darebbe al decisore politico almeno dei dati su cui fondare una strategia di intervento tale da consentire di smettere di brancolare nel buio e di stratificare continuamente nuove decisioni senza nemmeno attendere gli esiti di quelle precedenti, in una cascata di continua emotività senza senso, se non quello di tenere sempre tesi gli ascoltatori/elettori.

Avremmo voluto vedere fin dall’inizio il premier Conte che non minimizzasse, come ha fatto all’inizio del fenomeno, perdendo del tempo preziosissimo. Il premier Conte che non mettesse sotto accusa, con il risultato di una messa alla berlina internazionale, i medici di due ospedali che, come italiani, non possiamo invece che ringraziare, assieme al personale paramedico tutto. Il premier Conte che prima di varare misure draconiane sulla libertà personale (necessarie anche quelle in tempi di pandemia) investa nell’unico fatto che gli consenta di gestire il problema, la mappatura a tappeto del fenomeno. Un premier che si procura, con la determinazione di chi è in guerra (la si dichiara tanto e poi non ci si muove?) tamponi, reagenti per le analisi, personale per effettuarle, mascherine per gli operatori sanitari e mascherine per tutta la popolazione, invece di fermare l’Italia, provocando un danno incalcolabilmente superiore, e renderla certamente più povera e debole di prima, più soggetta ad attacchi esteri, anche di quelli penosi, basati su una finta solidarietà, funzionale a combattere in territorio italiano battaglie commerciali contro i nostri storici alleati. Vorremmo un Governo che si presentasse davanti al Parlamento, sede naturale di questo tipo di discussioni. Un Governo competente e democratico, insomma. È pretendere troppo?

 

Alessandro Cicero

Foto e video © Inews24, Sharecast, Meetinitalylifesciences, En24, Eurocomunicazione

 

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4 thoughts on “La guerra dei numeri nella dittatura strisciante del reality Italia

  1. Scusate, ma cosa pretendete che faccia un avvocato senza esperienza di alcun governo (potrebbe aver coperto il ruolo di capo condomino dove abita), assistito da un consigliere/portavoce proveniente dal Grande Fratello e da un gestore web preso dalla Casaleggio Associati, attorniato dai seguaci di un comico (scomparso) votati da una rete di incompetenti? Honestà, honestà non è sufficiente ed è pure da dimostrare…
    E’ fuor di dubbio che non si può ricavare sangue dalle rape…

    1. Questa è una supercazzola da Guinness dei primati, non so se ci stiano riuscendo nonostante la loro incompetenza o se proprio grazie ad essa… perché il 90% degli italiani canta sui balconi e si arrabbia con quel 10% che esprime i suoi dubbi… Abbiamo quello ci meritiamo…

  2. Assolutamente caro Salvatore, la cosa che mi preoccupa è il crescente consenso che queste figure stanno avendo.

  3. Si forse non possiamo meravigliarci di evidenti errori tecnici nel gestire le già scarse (e colpevolmente impoverite) risorse umane e materiali del sistema sanitario Nazionale. Forse neppure possiamo sorprenderci troppo Del fatto che a fronte dei crescenti sacrifici chiesti alla popolazione, sacrifici che espongono al rischio di perdere ogni cosa (lavoro, beni o la stessa vita come nel caso dei Medici), il governo abbia messo in campo mezzi economici e organizzativi che finora non hanno nulla di straordinario . Quello di cui semmai mi pare si debba restare basiti è la disinvoltura con cui il governo si è arrogato (con ottima capacità previsionale) poteri straordinari, e ancora di più il silenzio con cui gli altri poteri dello stato, essenziali per le garanzie democratiche, assistono a questa inedita e quotidiana demolizione dei meccanismi di governo della nazione.

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