Cosa rimane della visita a Roma del presidente della Commissione

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Jean Claude Juncker la scorsa settimana a Palazzo Chigi: il vertice intra-istituzionale Italia-Europa per un dialogo necessario e obbligato

6 Marzo 2016 | di | Attualità - Economia - Europa - in evidenza

Lo scorso 26 febbraio Jean Claude Juncker in visita a Roma presso Palazzo Chigi. Il face to face, atteso e necessario dopo il polemico confronto a distanza e a mezzo stampa tra governo italiano e Commissione europea. Un confronto troppo delicato e importante per essere demandato all’intermediazione degli organi di informazione.

junckerDue i delicatissimi dossier sul tavolo del confronto: flessibilità/stabilità economica e flussi migratori. Diritti umani e stabilizzazione economica sono le due sfide cruciali sulle quali devono concentrarsi in un difficile bilanciamento le nuove strategie di cooperazione internazionale, e rappresentano i banchi di prova sui quali si misura proprio in queste settimane, con un esponenziale incremento dei livelli di criticità, la coesione dell’azione europea e della capacità di management delle emergenze. Essenziale dunque sarà la capacità delle istituzioni e degli organi esecutivi, sia dell’Unione europea che dei singoli Stati membri, di sforzarsi congiuntamente nell’implementazione di una strategia coesa e condivisa per la gestione di questioni cruciali che degenerano di giorno in giorno e che rischiano di determinare l’emersione di una crisi umanitaria senza precedenti nella Storia dell’Ue. E’ la preoccupazione espressa proprio in questi giorni dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che denuncia una mancanza di determinazione e strategia nella gestione dei flussi umanitari e della crisi greca connessa ai flussi migratori. L’Italia è tra i Paesi del Mediterraneo quello che quotidianamente e con grande sforzo, fronteggiano in prima linea la drammaticità degli sbarchi.

Migration, migraine” (Migrazione, emicrania) titolava uno storico saggio pubblicato sull’Economist nel 2006. Un rompicapo ancora irrisolto. Secondo i dati ufficiali e con particolare riferimento a questo fenomeno, l’attraversamento irregolare dei confini marittimi ha coinvolto nel 2014 circa 170.000 rifugiati e migranti, su un totale di 220.194 che sono giunti nell’Unione europea attraversando irregolarmente il Mediterraneo nel 2014. Rispetto alla precedente annualità, nel 2014 si è registrato un incremento del 296%. Quanto alla provenienza, 141.484 dei migranti sbarcati in Italia nel 2014 sono partiti dalla Libia, 15.283 dall’Egitto, 10.340 dalla Turchia. La cittadinanza dei migranti è in larga misura siriana (42.323 persone), Eritrea (34.329) e a seguire maliana, nigeriana, gambiana, somala ed egiziana.  Le guerre civili della Siria e della Libia le cause principali di destabilizzazione politica e sociale. Un’emergenza senza precedenti che ha determinato gli effetti che tutti conosciamo anche rispetto ad uno dei pilastri fondativi dell’Unione europea, quello della libera circolazione delle persone, e che apre scenari nuovi e inesplorati su un terreno franoso per la stabilità dell’Unione.mar mediterraneo

Rispetto a queste emergenti difficoltà, suscettibili di minare alla base la stabilità europea, è essenziale infatti fare tutto il possibile affinché possa esser e rinsaldato il sentimento di unione tra gli Stati membri, concorrendo alla definizione di un indirizzo politico e un piano di gestione dell’emergenza basato sulla logica della cooperazione internazionale. La crescente disgregazione sul versante della coesione internazionale è un rischio reale e si configura quale effetto diretto delle emergenze e legittime preoccupazioni riconnesse alla tutela della sicurezza dei cittadini da parte degli organi di governo sui territori dei vari Stati membri dell’Unione europea; preoccupazioni che, se non inserite in un quadro coeso e condiviso di intervento, rischiano però di trasformarsi in segnali dirompenti di autoreferenzialità politica e soggettivismo statuale.

Entrano in gioco in questa drammatica partita le questioni economiche connesse ai cosiddetti “margini di flessibilità” nella determinazione della politica economica europea a nella valutazione del rapporto deficit-PIL a fini di stabilizzazione economica. Mentre sulle condizioni dell’economia nazionale ed europea arrivano rilevazioni contrastanti: i dati rappresentati dalla Commissione, nella Relazione sugli squilibri macroeconomici lo scorso 26 febbraio descrivono, con riferimento all’Italia, un sistema fiscale ancora incapace di favorire crescita ed efficienza; un’economia potenzialmente contagiosa, quella descritta dalla Commissione, e una pericolosa interrelazione in quanto a sua volta l’economia italiana risente delle condizioni esterne. Pochi giorni dopo i dati dell’Istat smentiscono parzialmente, ma in modo sufficientemente incoraggiante, questo quadro negativo: il Pil cresce dell’1% e la pressione fiscale va ai minimi dal 2011.  Le stesse incongruenze tra le analisi economiche ufficiali, quelle nazionali e quelle europee, misurano ancora la distanza interna tra le politiche di coesione e definizione di comuni strategie. Una distanza che, però, l’Europa non potrà più permettersi. La ricerca di una soluzione, mediata e partecipata, rispetto alle pregnanti sfide che l’Europa ha davanti a sé, passa necessariamente attraverso la cooperazione democratica e la collaborazione basata sui principio di sussidiarietà e solidarietà, sui quali, del resto, l’Europa è fondata.

 

Francesca Agostino

 

 

 

 

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