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“Cura Italia”, l’aspirina di Conte, pardon il decreto

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Siamo da capo, il governo cura i risvolti economici di una pandemia con un decreto che assomiglia più a un palliativo. Serve un cambio di passo

17 Marzo 2020 | di | Primo Piano

A far maggiormente arrabbiare gli italiani, già pesantemente funestati per il salatissimo conto che stanno pagando e che dovranno pagare in futuro, in termini occupazionali e di limitazioni personali, di colpe non certo loro ascrivibili, sono le scelte scaturite con un notevole ritardo decisionale dal governo, atte a fronteggiare le ricadute economiche causate dalla pandemia del Coranavirus, scelte che tra altro appaiono sempre più come una continua terapia che viene proposta loro per alleviare, come una sorta di grande cura, ma che in fondo ha il sapore della solita aspirina.

Quindi si prosegue sulla strategia comunicativa come in una sorta di dépliant pubblicitario con l’elenco delle offerte che ci vediamo recapitare direttamente nelle nostre abitazioni dai centri commerciali, in egual modo sono propagate dalla maggioranza, come nel caso del decretocura Italia”, dove a parole,  al loro interno, vengono annunciati grandi provvedimenti ricostituenti. Come nelle migliori e sempre più diffuse trasmissioni di medicina gli intervenuti tentano di lasciarci sbalorditi con i rimedi curativi utilizzati per sanare il malanno, allo stesso modo il premier Conte, citando alcune misure contenute nel decreto “cura Italia”, cerca di captare l’interesse dei cittadini e di convincerli, attraverso l’ennesima conferenza stampa, che si tratta di misure curative eccellenti, invitando tutti ad essere uniti nell’interesse della “paziente” Italia.

In pratica stiamo assistendo ad un ulteriore trasformazione, da avvocato del popolo a medico del popolo. Forse sfugge al nostro premier che gli italiani sono già uniti e che hanno già da tempo dimostrato di stare dalla parte dell’Italia, forse l’esempio andrebbe dato da chi deve dimostrare di stare davvero e concretamente dalla parte degli italiani, è questo esempio compete a coloro che ci governano, coinvolgendo tutte le forze politiche realmente, e non solo a chiacchiere, prendendo in seria considerazione anche le proposte dell’opposizione che di certo non può essere trattata come un servo sciocco, in questo caso per rimanere in tema, come una barella dove appoggiarsi, a seconda delle opportunità.

Anche se va apprezzato il timido sforzo, davvero si pensa che basti solo un simile decreto per poter parlare di aiuto alle imprese e agli italiani? Tra l’altro speriamo che non congelino le varie scadenze di questi ultimi per poi doversi trovare, come già accaduto in passato, a pagare, alla fine della giostra, anche gli interessi maturati su ciò che lo stesso decreto ha rinviato. E per tutte quelle piccole imprese che superano i due milioni di euro di fatturato, cosa dovranno fare con il modello F24, dovranno pagarlo entro il prossimo venerdì? La domanda che a questo punto è da porsi: perché la scelta del pomeriggio del 16, nella speranza che la maggior parte degli imprenditori onesti avessero già pagato?

Per non parlare di tutti quei lavoratori autonomi che non sono iscritti alla gestione separata dell’Inps e che sono iscritti a qualche ordine professionale: per costoro non ci sarebbero nemmeno i 600 euro. Insomma questo decreto sancisce la totale asimmetria tra Stato e cittadini in materia fiscale: lo suggella la proroga di ben due anni data alla Agenzia delle Entrate per la verifica fiscale del 2015, altrimenti in prescrizione ordinaria a dicembre 2020. Per sanificazione e mascherine si chiede alle imprese di sopportarne i costi per poi essere rimborsati al 50% delle spese sostenute con il credito d’imposta, ma tutto ciò ricade sempre su quegli imprenditori che già sono in sofferenza e ai quali si continuano a chiedere sacrifici.

A questo punto va da sé che è bene ricordare dei principi basilari, che fin da piccoli ci hanno insegnato e trasferito i nostri genitori, uno tra i quali, tra i più importanti, penso sia che nella vita reale, quella di tutti i giorni, soprattutto in questi, conta essere e non apparire. Se provassimo a trasporlo nella vita politica attuale si leggerebbe così: «Sono importanti i contenuti esaustivi di una proposta e come questi si attuano nell’immediato e non come questa appare». La domanda che tutti ci dovremmo porre è basata su cosa un vero intervento di risanamento, tramite un decreto, debba proporre per rilanciare seriamente una nazione e non subire qualunque iniziativa, unicamente perché proveniente da Bruxelles, come mero palliativo.

Allora la proposta potrebbe essere contenuta nel proporre un metodo completamente diverso da quelli susseguitesi fin qui, impegnarsi nel costruire un nuovo corso del fare politica, signor presidente del Consiglio, proponendo ai cittadini una concezione secondo la quale davvero si coinvolgono, in un frangente simile, tutte le forze in campo, sociali, politiche e culturali che non si vogliono confondere in questa concezione limitativa, oramai dimostratasi obsoleta e inconcludente, di un vecchio modo di pensare e di porre in campo la politica stessa come risoluzione efficacie.

Un progetto, in quanto tale, necessita essenzialmente, per definizione, di contenuti, obiettivi, e idee per conseguirli. Non bastano più i soliti proclami ad unico ed effimero fine di un “tampone” pubblicitario, anche perché a questi signori andrebbe, una volta per tutte, spiegato che la comunicazione funziona, se c’è qualcosa da comunicare. La politica non è solo apparire, ma come ci hanno insegnato soprattutto essere concreti. Per una volta tanto si dovrebbe adottare il criterio inverso, anteporre i fatti alle parole, l’essere all’apparire, la sostanza alla forma. Dando la dimostrazione concreta che davvero le basi di un cambiamento verso un rilancio dell’Italia sono state gettate, ma con una proposta su cui convogliare i consensi. Per concludere, più che definire questo decreto come il “cura Italia” di Conte sembra essere il decreto del marchese. Del Grillo («Io so’ io e voi…»).

 

Alessandro Cicero

Foto © Citizen Truth, Katehon, Dw, New Europe, The Eastern Herald

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