Dalla contrada Solagna del Titolo, in Basilicata, l’Aglianico del Vulture

  • Condividi questo articolo

Una donna giovane del Sud Italia che, lavorando una piccola porzione del territorio, ha occupato un grande spazio nell’Italia e nel mondo del vino. Intervista a Elena Fucci

10 Novembre 2019 | di | Enogastronomia

Una donna giovane del Sud Italia, che nell’arco di due decenni ha portato alto il nome della Basilicata, del Vulture enoico con la produzione di un unico vino per meglio rappresentare la specificità dell’Aglianico e la territorialità del Vulture, nei suoi 6 ettari vitati in Contrada Solagna del Titolo, a Barile, in provincia di Potenza.

Una donna giovane che, dopo la laurea in Viticoltura ed Enologia all’Università di Pisa, decide di investire nella sua terra, raccogliendo l’eredità del padre Salvatore con le vigne acquisite negli anni ’60 del Novecento dal nonno Generoso, nella parte più alta dei poderi situati in Contrada Solagna del Titolo ai piedi del Monte Vulture.

                              Torre Titolo

Racconti della terra, di uomini e donne fortemente radicati nel territorio e pronti a portare avanti con dedizione e competenza un lavoro antico, perché questa è la mia terra, nostra madre terra. Con i genitori insegnanti e la necessità di continuare gli studi universitari fuori da Barile, si fa strada l’ipotesi della vendita dei terreni, ma Elena si oppone e investe sul territorio, dove i nonni e bisnonni avevano coltivato quel vigneto.

Cristo non è più fermo a Eboli, ha superato la città campana per portare il suo verbo e dignità umana anche in quelle terre, in quei paesi che nell’immediato dopoguerra del Novecento venivano apostrofati comevergogna d’Italia”. Oggi la revanche porta il nome anche di Elena Fucci (così come di altri produttori lucani) che, lavorando una piccola porzione del territorio del Vulture, ha occupato un grande spazio nell’Italia del vino. L’Aglianico è un vitigno di importanza strategica per il settore vitivinicolo per il Sud Italia.

Il suo aglianicoTitoloviene esportato negli Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda, Giappone, Francia, Svizzera, Germania. «All’estero non devo più spiegare dove si trova la Basilicata» sottolinea con orgoglio Elena, che a piccoli passi si muove alla conquista dei mercati internazionali. Il “suo” Titolo viene premiato con iTre Bicchieri” dalla guida “Vini d’Italia” del Gambero Rosso per 14 anni consecutivi. E anche dalle altre Guide del vino, of course.

Si è appena conclusa la premiazione, avvenuto all’Istituto Massimo di Roma, e anche con l’edizione del 2020 il “Titolo” di Elena Fucci risulta tra i migliori vini d’Italia, una vetrina importante dell’eccellenza vitivinicola italiana. La basilisca Elena per l’occasione ha indossato una maglietta con i 14 “Tre Bicchieri” da lei stessa disegnata.

«La versione 2017 è un rosso di grande struttura e pienezza dai profumi decisi di ribes e mora. Poi spezie, tostatura, note fumé, tabacco e leggeri accenni vanigliati. La bocca è fresca e suadente, ma anche profonda e articolata, i tanni sono levigati e il frutto straordinariamente integro» (“Vini d’Italia 2020” Gambero Rosso). Un vino di classe assoluta.

Eurocomunicazione ha voluto intervistare la donna giovane del Sud Italia, della Basilicata, della Contrada Solagna del Titolo, ai piedi del Monte Vulture.

Con un solo vino (“Titolo”) lei ogni anno, per quattordici anni consecutivi, ha ricevuto i Tre Bicchieridel Gambero Rosso. Perché?

«La mia avventura parte nel 2000, quando si discuteva se vendere o meno i vigneti di famiglia. Io però ho deciso di tenerli, di studiare viticoltura ed enologia. Ho studiato a Pisa, mi sono laureata lì e ho deciso di iniziare questa avventura sin da subito insieme alla mia famiglia. Il primo “Tre Bicchieri” è arrivato abbastanza in fretta, nel 2002; poi dal 2005 ad oggi non ci siamo mai fermati così da raggiungere i 14 “Tre Bicchieri”. Che è un traguardo importante perché produciamo un solo vino: non è mai successo, soprattutto per la Basilicata.

Perché questi riconoscimenti in così breve tempo? Credo che tanto sia legato anche alla storia dell’Azienda. Penso che oggi fare dei vini cattivi sia davvero difficile, perché con le tecnologie che si hanno a disposizione, con le conoscenze scientifiche sia veramente impegnativo fare un vino cattivo. Cosa li contraddistingue? Sicuramente la storia è quello che si rappresenta per il territorio. Dietro ogni bottiglia c’è storia di famiglie, di territori. Questo non può assolutamente prescindere dal vino.

Credo che la storia come la mia sia stata importante ed esempio a tanti giovani che piuttosto che partire, andare a lavorare fuori anche dall’Italia, non solo fuori dalla loro regione, hanno deciso di rimanere ed investire nel territorio. Un territorio, se vogliamo anche difficile, perché comunque ormai faccio questo lavoro da 20 anni; però se guardo indietro a 20 anni fa vedo come tanto sia cambiato e questo è stato grazie a tanti piccoli produttori come me».   

Lei è fortemente radicata nel territorio, in quelle terre e paesi che nell’immediato dopoguerra del Novecento venivano apostrofati comevergogna d’Italia”. Quanto il suo operato (unito a quello degli altri produttori vitivinicoli lucani), la sua voglia di revanche ha contribuito a cancellare quella sentenza ecome ha recentemente affermato«all’estero non devo più spiegare dove si trova la Basilicata».

«La Basilicata in passato è sempre stata definita una regione minore. Credo che oggi questo un po’ ce lo siamo scrollato di dosso, vuoi per la rivincita di Matera vuoi per quello che stiamo facendo io e altri produttori nel territorio.

È vero, oggi è bellissimo perché 20 anni fa dovevamo spiegare anche da Roma in su dove fosse la Basilicata, e c’era questa difficoltà di dover raccontare in pochi minuti dove fosse la Basilicata per poi arrivare dove fosse il Vulture e poi continuare. Oggi tutto ciò non accade più né in Italia né all’estero. Considerate che il mondo del vino in Basilicata ha avuto un grande exploit negli ultimi 20/25 anni. Precedentemente poche erano le aziende che operavano nel territorio e quindi poco rappresentative per poter raccontare un territorio. Oggi grazie a me e a tanti altri come me che hanno preso la valigia e sono partiti, in primis per rappresentare la propria azienda, però sicuramente con loro hanno portato la Basilicata, il territorio del Vulture e quindi ognuno di noi è un piccolo ambasciatore della nostra Regione. Questo ci dà grande soddisfazione. Sono molto contenta di aver vissuto questo ventennio di affermazione della mia Regione, dove ero abituata a leggere sui libri di scuola che era una Regione povera dedita alla pastorizia. Ma non è mica vero».             

Per i 20 anni dell’Azienda ha voluto presentare “Titolo 20 anni”: a chi è dedicato?

«Per festeggiare i 20 anni abbiamo prodotto 2.500 bottiglie, tutte numerate nella retro etichetta di “Titolo Anniversary”. E’ dedicato sicuramente alla mia famiglia.

Queste 2.500 bottiglie sono state prodotte dai vitigni di 75 anni fa che abbiamo in Azienda e sono stati piantati dal mio bisnonno. E’ da considerare che 20 anni fa, quando siamo partiti, abbiamo prodotto 1.200 bottiglie dagli stessi vigneti. Oggi ci guardiamo indietro e vediamo tutto il percorso, fatto anche di ostacoli, di difficoltà che siamo riusciti a superare proprio grazie all’essere famiglia, perché comunque mai un successo viene da solo.

E’ vero, l’Azienda porta il mio nome, però se io non avessi avuto la mia famiglia, e oggi anche mio marito, che mi supportano, sarebbe un progetto che non avrebbe potuto portare a questi risultati».    

Un solo vino per 20 anni: ha in programma la produzione di altro vino oltre Aglianico?

«Il progetto “Titolo” parte come vinificazione di un singolo cru, di una singola vigna, nei 6 ettari di vigneto tutti insieme, tutti intorno alla cantina. Questo mi ha portato a pensare a fare una cosa e fatta bene, cioè il “Titolo”. Un singolo vitigno, un singolo vino da una singola vigna. Credo molto nella vinificazione dei cru, quindi delle vigne separate. Se dovessi comprare delle vigne in zone diverse di Barile oppure del Vulture preferirei vinificarle separate, perché il progetto “Titolo” è questo.

In questi anni i nostri sforzi economici sono stati rivolti soprattutto all’ultimazione della cantina, della sala degustazione, quindi tutto vòlto alla ricettività e all’accoglienza in Azienda. Il progetto futuro è quello di accrescere il valore della mia Azienda e del mio vino. Portare il mio vino ad essere ancora più rappresentativo e ancora più “desiderabile” di quello che è oggi. Sicuramente non c’è la volontà ad arrivare a fare numeri. La mia volontà, e anche della mia famiglia, è quella di lavorare per accrescere sempre di più la rappresentatività del “Titolo” per il Vulture; ma non nell’arrivare a proporre 1 milione di bottiglie».    

Sei ettari vitati di Aglianico. Nell’immediato futuro c’è un ampliamento degli ettari vitati? Del resto le oltre 20mila bottiglie prodotte annualmente risultano essere poche in relazione alle richieste di mercato.

«Abbiamo 6 ettari di vigneto, dai quali per disciplinare potremo produrre 60mila bottiglie, quindi proporre 100 quintali di uva d’ettaro. Tutto ciò non accade perché tutto verte alla selezione, all’alta qualità e quindi produciamo intorno ai 45-50 quintali di uva d’ettaro che poi si traducono in 25-30mila bottiglie. Da poco abbiamo acquistato 1 ettaro e mezzo di vigna confinante con noi, in Contrada Titolo.

Per me è molto importante accrescere la rappresentatività e quello che il mio vino rappresenta per il Vulture. Quindi più che altro un investimento nell’accrescimento in valore della mia Azienda e del mio vino, non sicuramente in numero di bottiglie».    

Quando ha prodotto il suo primoTitolocon il riconoscimento deiTre Bicchieri”?

«Il primo “Titolo” con i “Tre Bicchieri” è l’annata 2002, un’annata abbastanza difficile. Per noi è stato importante avere questo riconoscimento e poi per la prima volta.

Oggi quello che dico sempre è che chi sa fare il vino si vede nelle annate difficili, perché nelle annate perfette siamo tutti bravi».  

Un messaggio della basilisca Elena Fucci nelle terre che ha visto aedi quali Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Guido Dorso, Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Leonardo Sinisgalli sino ad arrivare al punto più alto per la Basilicata con il riconoscimento di Matera Capitale europea della Cultura per il 2019     

«Sicuramente questi personaggi hanno vissuto una Basilicata amara, così come alcuni di loro definivano. Questo mi dispiace. Oggi sarebbero fieri di tutti noi, perché comunque il nostro percorso è il compimento e l’evoluzione giusta di quello che loro hanno iniziato secoli prima, di quello per cui loro si sono battuti. Oggi la Basilicata non è più quella e questo lo dobbiamo anche a loro e credo che loro di questo ne siano fieri».

 

Enzo Di Giacomo

Foto © Enzo Di Giacomo – Azienda Agricola Elena Fucci

  • Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *