Europa: banco di prova del prossimo governo italiano

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Nei deficit cumulati dall’avvento della crisi, la Penisola è tra tutti i Paesi comunitari quella che ha fatto meglio della media degli altri dell’Ue

10 marzo 2018 | di | Attualità - in evidenza

Il voto del 4 marzo ha creato in Italia una situazione di incertezza sugli scenari del dopo elezioni. C’è da porsi la questione della collocazione dello Stivale in Europa e delle sfide che attendono il prossimo governo. L’affermazione di due forze politiche di ispirazione sovranista e nazionalista, non porterà certo il Belpaese a rinnegare quelle scelte per un sistema fondato su regole certe e istituzioni funzionanti e legittimate che hanno fino ad oggi caratterizzato la collocazione internazionale dell’Italia. Chi avrà responsabilità di governo dovrà fare i conti inevitabilmente con il rapporto con l’Europa, in particolare i conti pubblici, con le dure polemiche sulla burocrazia di Bruxelles, delle regole e dei vincoli europei.

Al netto delle facili polemiche contro Bruxelles, contro l’asse franco tedesco, o delle simpatie per il Gruppo di Visegrad, ci si dovrà confrontare con una riforma della governance  europea, dovremo essere in grado di fare scelte coerenti e sostenerne i relativi costi. Venerdì 9 marzo il commissario europeo agli Affari Economici, Moscovici, ha bacchettato l’Italia dichiarando: «nell’Ue restano tre Paesi con squilibri economici eccessivi: Cipro, Croazia e Italia. Ci sono poi altri come Bulgaria, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia che hanno squilibri economici e li invitiamo ad approfittare del contesto favorevole per ridurli». Per l’Italia si tratterebbe di garantire un aggiustamento strutturale del bilancio pari allo 0,3% del pil, 5,4 miliardi di euro.

Moscovici

La Commissione europea, nel contempo, si è detta disposta ad attendere per l’Italia la composizione del prossimo esecutivo, per avere il quadro programmatico di finanza pubblica, comprensivo delle scelte di politica economica. Di fronte ad un Paese in cui gli elettori hanno dato oltre il 50% dei voti a forze politiche in qualche misura euroscettiche, potrebbe non essere saggio per l ‘Unione europea presentarsi subito ad esigere una manovra correttiva, magari di lieve entità ma comunque di sicuro impatto non gradita ai cittadini. C’è da far notare che all’interno delle complesse regole europee, vi sono stati Paesi che hanno fruito di ampi margini di discrezionalità nello sforamento del Pil. E’ il rovescio della medaglia della flessibilità che viene ora richiesta a gran voce dai due schieramenti che hanno vinto le elezioni nella Penisola.

Secondo un elaborazione effettuata dall’Ufficio studi  della CGIA di Mestre e pubblicato lo scorso anno, gli obiettivi fiscali dal 2002 al 2016 sono stati violati ogni singolo anno da quasi due terzi dei Paesi membri. Per la precisione si tratta di ben 16 Paesi su 28, Tra i dodici Paesi virtuosi,  ad eccezione della Polonia, si tratta di realtà di piccole dimensioni come Malta, Slovacchia, Lettonia, Lussemburgo, Bulgaria ed Estonia. Nell’arco degli anni presi in esame, solo tre Paesi in Ue non hanno mai sforato e sono: Svezia, Estonia e Lussemburgo. Hanno superato, invece, la soglia del 3%  del rapporto deficit/Pil, Spagna, Regno Unito e Francia e lo hanno fatto per ben 8 volte; Grecia, Croazia e Portogallo 7. L’Italia lo ha fatto solo in 3 occasioni e in questi anni ha mantenuto una incidenza media del disavanzo pubblico al -3,3; contro il -7,9 della Spagna, il -6,6 del Regno Unito ed il -4,8 della Francia, mentre la Germania ha sforato la soglia del 3% 2 volte.

In sintesi è emerso che: o  le disposizioni previste da Maastricht sono troppo rigide oppure le economie più avanzate d’Europa dopo la grave crisi economica e finanziaria scoppiata in questi ultimi anni, non ce la fanno più ad adeguarvisi. E’ quindi necessario intervenire introducendo nuovi margini di sicurezza per debiti e deficit eccessivi e meno stringenti perché le politiche di austerità e di rigore praticate fino adesso, non hanno funzionato, anzi hanno peggiorato a dismisura la disoccupazione e l’esclusione sociale in tutta Europa, aumentando le disparità con l’impoverimento delle famiglie con redditi medio bassi.

Nel mezzogiorno d’Italia  hanno vinto i pentastellati, che hanno puntato sull’assistenza. Centinaia di cittadini, ieri, hanno affollato i Caf su richieste di informazione sul reddito di cittadinanza ma era già successo nel 1988, ai tempi del “Cacao Meravigliao” un prodotto immaginario che i consumatori cercavano invano negli scaffali dei supermercati. Che il reddito di cittadinanza si attui o meno c’è l’impressione che il Mezzogiorno oggi come ieri chiede più assistenza mentre  il nord più sicurezza e di essere messo in condizioni di produrre. L’Italia è oggi divisa in due ma tutti chiedono per ripartire, meno oppressione fiscale, meno corruzione e burocrazia, più trasparenza.

 

Giancarlo Cocco

Foto © European Union

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