Giovanni Palatucci: una luce nella tenebra nazista

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Riconosciuto “Giusto tra le nazioni” nel Memoriale Ebraico dell’Olocausto – Yad Vashem, riuscì a salvare quasi cinquemila persone

17 Febbraio 2016 | di | Eventi - Religione

Il 16 febbraio del 2004 si è concluso presso il Tribunale Diocesano il processo di primo grado per la beatificazione di Giovanni Palatucci, già definito “Servo di Dio”. Le fasi di canonizzazione dell’ultimo questore di Fiume (oggi ridenominata Rijeka e facente parte della Croazia) sono iniziate nel 2002 su richiesta della associazione dei fedeli “Giovanni Palatucci”. Qualche giorno fa nell’oratorio del Caravita a Roma si è tenuta la manifestazione di chiusura di una mostra pittorica dedicata a questo martire che applicò le leggi della carità e del Vangelo disubbidendo alle leggi razziali.

Giovanni Palatucci era nato a Montella in provincia di Avellino nel 1909. Importante fu la sua formazione morale da parte di due zii, Antonio ed Alfonso divenuti superiori francescani l’uno in Puglia e l’altro a Napoli ma ancor più fu l’aiuto dato nel periodo della seconda guerra mondiale dallo zio Giuseppe Maria Palatucci divenuto vescovo di Campagna paese in provincia di Salerno.

Laureatosi nel 1932 in Giurisprudenza a Torino, nel 1936 vinse un concorso per funzionari della Pubblica Sicurezza e fu dapprima assegnato alla Questura di Genova quindi trasferito presso la Questura di Fiume che all’epoca era territorio italiano assumendo l’incarico di responsabile dell’Ufficio Stranieri. Cattolico di profonda fede, si rese conto della iniquità delle leggi razziali antisemitiche varate nel luglio-novembre 1938 ed entrò subito in conflitto con i superiori in quanto con vari stratagemmi cercò di aiutare le centinaia di ebrei che dall’Ungheria, dalla Polonia e dagli Stati balcanici fuggivano dalla Gestapo cercando di raggiungere clandestinamente le zone sotto occupazione italiana, ritenute più sicure. L’Ufficio Stranieri della Questura di Fiume, diretto da Palatucci era il centro nevralgico di questa via di fuga. Grazie a lui questi disperati venivano riforniti di documenti falsi necessari per entrare in Italia. Agli immigrati ebrei venivano procurati permessi di soggiorno e di transito oppure erano ospitati presso famiglie amiche o instradati verso il Campo di internamento per ebrei di Campagna (SA) dove il Vescovo, lo zio Mons. Giovanni Maria Palatucci cercò di offrire loro una decorosa ospitalità. Si ha notizia che anche il Papa Pio XII venuto a conoscenza della attività del Vescovo gli fece giungere un contributo di centomila lire cifra allora ingente per il sostentamento dei profughi. La sua opera si fece intensa dopo l’8 settembre 1943 con l’occupazione militare tedesca quando Fiume venne annessa al Terzo Reich. In quel momento di totale disgregamento politico, il giovane funzionario, nominato nel frattempo Questore reggente, divenne punto di riferimento di umanità e salvezza in particolare per i perseguitati politici e razziali. Utilizzando la sua autorevolezza istituzionale riuscì a salvare quasi cinquemila persone distruggendo tutto il materiale anagrafico riguardante gli ebrei esistente nella Questura. Ingiunse all’Ufficio Anagrafico del Comune di Fiume di non rilasciare ai tedeschi alcun documento riguardante ebrei senza il suo consenso. Ebbe contatti con i partigiani e nonostante i ripetuti inviti del Console svizzero a Trieste a mettersi in salvo, concesse il suo salvacondotto ad

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Raffaele Camposano accanto al quadro di Palatucci

una donna ebrea slava che avrebbe dovuto sposare. Il 13 settembre del 1944 per una delazione venne arrestato dalla Gestapo con l’accusa di cospirazione e intelligenza con il nemico e condannato a morte, ma una nobildonna di origine tedesca che lo conosceva, riuscì a fargli commutare la sentenza in deportazione nel campo di concentramento di Dachau vicino Monaco di Baviera. Gli fu impresso sul braccio il numero di matricola 117826 e il 10 febbraio del 1945 a poche settimane dalla fine della guerra, morì, qualcuno dice per stenti, un altro testimone riferisce per una iniezione al cuore e seppellito in una fossa comune. Circa 90 colleghi rimasti alla questura di Fiume nel momento in cui arrivarono le milizie di Tito furono arrestati insieme a tanti italiani e infoibati. Ritornando all’evento tenutosi presso l’Oratorio del Caravita grazie al Patrocinio della Fondazione Palatucci e della Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, erano presenti il Prefetto Grazia Mirabile in rappresentanza del Capo della Polizia, molti ufficiali della Polizia di Stato. Tra questi Raffaele Camposano, direttore dell’Archivio Storico, che nel suo intervento ha dichiarato: «Palatucci ha applicato la legge ma anche la legge del Vangelo, la legge della carità». L’Archivio storico ha ricevuto per il suo impegno un quadro di Palatucci omaggio della Associazione Artisti di Roma. Altro quadro raffigurante il martire, della pittrice Isabella Angelini, è stato donato alla Chiesa di Sant’Ignazio e proprio la Angelini ha rivelato ai presenti che, inizialmente, non fosse convinta di fare il quadro richiestogli dall’associazione, ma: «il 28 dicembre, uscita dalla Basilica di Sant’Alessio all’Aventino, mentre percorrevo una strada buia ho visto davanti a me una luce intensa che mi faceva da guida. Durante la notte ho fatto un sogno nel quale ho sentito queste parole: “Eccomi qui in uno spazio vasto e vuoto pronto ad accogliere la luce di Dio perché Egli sente quando nasce una stella”. Il giorno dopo ero al lavoro per completare il quadro».

Al termine della manifestazione è intervenuto il ministro consigliere degli Affari Pubblici dell’ambasciata di Israele Rafael Erdreich che, ricevendo in dono uno dei quadri, ha precisato: «Gli ebrei salvati dal martire furono molti in virtù della posizione che ricopriva. E questo gli fa ancora più onore. Negli ultimi anni alcuni studi hanno messo in dubbio il numero ufficiale di ebrei messi in salvo ma questo è irrilevante…perchè chi salva una vita umana è come se salvasse il mondo intero».

 

Giancarlo Cocco

Foto © Giancarlo Cocco

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