Halldór Laxness custode della cultura islandese

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Nel romanzo “La campana d’Islanda” il premio Nobel costruisce un imponente affresco della propria terra, una profonda meditazione sui concetti di colpa e castigo

23 Luglio 2019 | di | Cultura - Libri

Esala un’aura fatale dalle pagine de La campana d’Islanda, romanzo del premio Nobel Halldór Laxness appena edito da Iperborea, «[…] perchè il destino è più forte del volere dell’uomo, come si legge nelle Saghe degli Islandesi» (pg. 322). Tre personaggi oltremodo diversi, un bifolco fuorilegge, una gentildonna e uno studioso, intrecciano le proprie vicende sullo sfondo dell’Islanda nel periodo a cavallo fra il Seicento e il Settecento. L’autore attinge a vicende realmente accadute, destruttura la storia componendo un arazzo che trova notevoli assonanze con la contemporaneità (la prima edizione data 1943, mentre la terza parte vede la luce nel 1946). Sottrarsi all’influenza straniera, sia quella danese del passato, sia quella statunitense dell’attualità, significa recuperare la propria identità. Per questo l’autore si aggrappa con tutte le forze al patrimonio eroico della propria cultura, per evitare di precipitare nell’abisso che rischia di inghiottire il suo Paese.

Due azioni simboliche e fatali al tempo stesso aprono la narrazione: la campana d’Islanda viene infranta e il boia del re ucciso. Vengono alla mente le parole consegnate da Dostoevskij ai propri taccuini da deportato: «In ogni caso il boia prima dell’inizio della punizione si sente in una condizione d’eccitazione, avverte la propria forza, si considera un dominatore; […] E’ difficile immaginare fino a che punto si possa deturpare la natura umana». Il carnefice è il simbolo delle storture della cosiddetta giustizia, forte con i deboli e fiacca con i forti, ma anche delle aberrazioni dell’essere umano. L’omicidio è un atto di ribellione contro l’immutabile stato delle cose.

Tre protagonisti dicevamo, tutti animati da una testardaggine che a tratti li porta ad agire contro i propri interessi, quasi fossero condannati da un fato al quale non è possibile sfuggire. Le onde del destino li travolgono, come nell’omonima pellicola di von Trier, lasciandoli nudi e fiaccati sulle sponde della vita.

Jón Hreggviðsson, il presunto colpevole, giura di non ricordare nulla. Il suo carattere aspro e dissacrante lo getta in innumerevoli peripezie, come nella migliore tradizione del romanzo picaresco, mentre intona i versi delle antiche saghe.

Snæfríður, bella come la neve, è il Sole d’Islanda. Una donna esile come un elfo, magnifica e caparbia, pronta a unirsi a un uomo di dubbia moralità come Magnús di Bræðratunga, alcolizzato e violento, una volta che l’amore della sua vita, Arnas Arnæus, decide di sacrificare tutto al compito immane di preservare quei libri che sono l’anima dell’Islanda. L’incendio di Copenaghen e della biblioteca vanificherà i suoi sforzi. Una conclusione che non può non richiamare alla mente l’Autodafé di Elias Canetti, sorta di folle commedia umana che forse Laxness aveva presente (il libro dello scrittore di lingua tedesca data 1935). Entrambi i romanzi culminano nel rogo di una biblioteca. Kien si nutre di libri, ma è assolutamente incapace di rapportarsi con la realtà esterna. Perirà nell’incendio che divora i suoi volumi.  Anche Arnas, investito di una missione che è una condanna ineludibile, assiste quasi impassibile alla distruzione dell’opera di una vita. Ormai è troppo stanco e fiaccato per contrastare il proprio destino. Pur nelle differenze, il fuoco è la cifra di entrambi i volumi. Il fuoco che, in Laxness, si contrappone ai ghiacci e alla natura impervia della propria terra.

L’Islanda appare come un Paese ostile e brutale, costellato di perigliosi acquitrini e di terre aride, falcidiate dalla carestia, piagate dal vaiolo, ospizio di lebbrosari ma nel contempo pregno di un’aura mitica, intessuta di remote leggende. Un mondo epico e poetico, di ardua classificazione. Una narrazione del tutto peculiare, che fra le pieghe del realismo lascia trasparire una dimensione “altra”, affascinante e misteriosa, non priva di un’accattivante ironia. Una cifra che risalta evidente nell’eterogeneità stilistica, che restituisce a ognuno la voce che gli appartiene (merito del traduttore Alessandro Storti aver reso con efficacia questo respiro contrappuntistico).

Un’umanità sporca e lacera si aggira fra le pagine del romanzo, umiliata e offesa come quella che popola l’universo del già citato Dostoevskij, violenta e abbrutita ma non priva di una sua intrinseca dignità. Vagabondi perdono l’orientamento in labirinti di nebbia, viandanti non meglio identificati trovano la morte su impervie altitudini.

I concetti di religione e giustizia innervano l’impalcatura narrativa. «Nessuno è beato tranne chi ha patito il proprio castigo», si dice alla fine dell’opera, non importa se questo sia giusto o sbagliato. La giustizia degli uomini si mostra fallace e imperfetta. I protagonisti non possono far altro che dibattersi all’interno di una realtà continuamente mutevole, che ne scuote le coscienze come un vento impetuoso e inarrestabile.

Riccardo Cenci

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Halldór Laxness

La campana d’Islanda

Iperborea

Traduzione e postfazione di Alessandro Storti

Pgg. 604 € 19,50

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Ritratto Laxness da Wikipedia

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