I territori onirici della scrittrice-pittrice Leonora Carrington

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Una raccolta di racconti fa luce su una personalità artistica notevole, ancora poco valorizzata in Italia. Parole che seguono traiettorie spiazzanti, a tratti schizofreniche

12 Gennaio 2019 | di | Arte - Cultura - Libri

«Non importami dissi «è solo un incubo». Ma poi mi venne in mente che quella sera non ero ancora andata a dormire, perciò non poteva essere un incubo. «Spaventoso» (pg. 76); una citazione che ben rende le atmosfere uniche dei racconti di Leonora Carrington contenuti nella raccolta dal titolo La debuttante, appena edita da Adelphi. D’un tratto ci troviamo immersi in una dimensione di derivazione surrealista, anche se l’autrice sfuggiva i confini del movimento rivendicando la propria spiccata originalità.

Parigi, 1936. La giovanissima Leonora Carrington incontra il carismatico Max Ernst a un party serale. È amore a prima vista, condivisione sentimentale ma specialmente estetica. Il grande artista modella le doti della sua pupilla, alla quale già va stretta la definizione di Dalì che, con spiccato maschilismo, la cataloga come la più importante surrealista donna.

I due delineano le coordinate di una particolare cosmogonia. Lei, la donna cavallo, animale tanto rappresentato nei suoi racconti; lui, il pittore uccello, magnifico e sfuggente. Basta sfogliare le pagine della Debuttante per ritrovarsi immersi in un particolarissimo bestiario, composto da iene, gatti, anomali destrieri, conigli degni di Alice nel Paese delle meraviglie, cinghiali da un occhio solo e altri animali fantastici. Un mondo privo di certezze e punti di riferimento, screziato da una audace ironia.

Esplode il secondo conflitto mondiale. I due amanti sembrano separarsi per sempre, lui braccato, lei fuggitiva in Spagna, salvo poi ritrovarsi a Lisbona. Eppure la passione è definitivamente sfiorita. Leonora, la cui anima avanza come un acrobata sul filo della sanità mentale, viene rinchiusa in una clinica psichiatrica. Vittima degli esperimenti del dottor Morales, ne esce ancor più tormentata e priva di mezzi di sostentamento.

La sua particolare geografia esistenziale si tinge in seguito di un fondamentale cromatismo. Il Messico la accoglie e le dona un nuovo amore, quello per Chiki Weisz, fotografo ungherese grande amico di Robert Capa. Il Paese centroamericano è un luogo d’elezione per la vena della Carrington. Qui il sovrannaturale è parte integrante della vita stessa, si respira nell’aria che perturba le coscienze. Difficile non pensare all’esperienza estetica di Frida Kahlo, pittrice che con la Carrington condivide numerose suggestioni.

I racconti della Carrington seguono traiettorie spiazzanti, a tratti schizofreniche. «Non c’è una fine appropriata per questa storia» (pg. 74), leggiamo in conclusione del racconto L’uomo neutro, quasi a indicare la cifra di una poetica ben precisa, estremamente peculiare. Come in Edgar Allan Poe, i protagonisti sembrano eludere la propria sostanza umana. Il piccolo Mimoo del racconto Jemima e il lupo è in realtà un cadavere, uno spettro che si sgretola di fronte agli occhi della protagonista, insieme ai mobili del castello che avvizziscono come piante marce. L’orrore si manifesta improvviso e graffiante. Eppure uno struggente sentore di poesia pervade queste pagine. Nell’immaginario di Octavio Paz la scrittrice appare come «una poesia che cammina», enigmatica e sfuggente.

«Voglio parlare, voglio raccontare la mia storia» (pg. 26), dice il fruttivendolo protagonista del racconto Un uomo innamorato. Alla stessa maniera avvertiamo nella Carrington un’urgenza narrativa, una capacità mitopoietica che le permette di inscenare mondi fantastici con una facilità estrema. «Lei deve essere libera, libera di uccidere e di urlare, libera di strappargli i capelli, di fuggire via per poi tornare ridendo» (pg. 51), afferma una donna bionda nel racconto L’attesa. Ed è proprio questa libertà estrema a colpire, questo trionfo dell’immaginazione al potere a soggiogare il lettore, catturandolo in una abbagliante fantasmagoria. Perché, e questo è il suo potere più grande: «L’Arte è una magia che fa scomparire le ore e dissolve i giorni in attimi» (pg. 99).

 

Riccardo Cenci

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Leonora Carrington

La debuttante

Traduzione di Nancy Marotta e Mariagrazia Gini

Adelphi

pg. 180 – €17,00

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Immagini:

All’interno del pezzo:

Leonora Carrington e Max Ernst – 1939, Lee Miller

 

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