Il cinema teatrale e barocco di Matteo Garrone

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Da un’antica raccolta di fiabe il regista ricava un racconto dai risvolti universali e profondamente attuali, in questi giorni al Festival di Cannes

20 Maggio 2015 | di | Cinema - Cultura

La vita è sogno, sembra volerci dire Matteo Garrone nel suo ultimo film Il racconto dei racconti, o meglio è un teatro dalle scenografie barocche nel quale tutti siamo chiamati a recitare. Non a caso la vicenda si apre su un gruppo di saltimbanchi appena giunto in un remoto paese, e si conclude con i protagonisti del film che osservano un acrobata che cammina su un filo, simbolo dell’uomo eternamente in bilico sul baratro dell’esistenza.

thumbs_20La narrazione si basa su tre fiabe (La cerva fatata, La pulce e La vecchia scortecata) estratte dalla raccolta Lo cunto de li cunti (1634-1636) di Giambattista Basile, opportunamente rivisitate. Tre sovrani da operetta restano vittime delle proprie ossessioni. La regina di Selvascura (Salma Hayek) giunge a sacrificare il proprio sposo (John Reilly), costretto a confrontarsi con un drago marino e a perire nella lotta per strapparne il cuore, ingrediente necessario a compiere l’incantesimo che le permetterà di essere madre. Un desiderio esclusivo, cieco e violento, dalle nefaste conseguenze.

thumbs_23Anche il sovrano di Altomonte (Toby Jones) cade preda di una monomaniaca devozione nei confronti di una pulce, per la quale giunge a perdere l’amore della figlia (Bebe Cave), concessa in sposa a un terribile orco.

Infine il re di Roccaforte (Vincent Cassel) è a tal punto accecato dalla propria inestinguibile lussuria da convincersi che, nella misera casetta dove vivono due orribili vecchie, dimori in realtà una bellissima fanciulla. Addirittura arriva a giacere con una delle due prima di scoprire il terribile inganno. Colmo della disgrazia, un beffardo quanto effimero incantesimo la trasformerà in una splendida fanciulla che il sovrano arriverà a sposare. La sorella, accecata dalla gelosia e dall’invidia, si farà scorticare viva nella speranza di liberarsi a sua volta del proprio aspetto putrescente e macilento.

thumbs_08La deriva favolistica sembra distorcere il consueto percorso seguito da Garrone, salvo poi notare affinità sostanziali con le sue opere precedenti. Già in Reality il regista rifletteva, con una messinscena sovente barocca e magniloquente, sulle distorsioni della realtà, sul desiderio di apparire e sul labile confine fra sanità e follia. Le creature fantastiche rimandano ai simulacri di vita de L’imbalsamatore, il cui protagonista è un nano che si illude di poter vivere un sogno d’amore tanto anomalo quanto impossibile. In Primo amore troviamo ancora un sentimento malato; un uomo ossessionato da un concetto di bellezza insano costringe la propria donna nella gabbia dell’anoressia e della solitudine.

Il desiderio di possesso, l’impalpabile distinzione fra realtà e apparenza, tutto confluisce in un film che, dietro il variopinto paravento della fiaba, mette in scena temi universali e profondamente attuali.

Di grande impatto estetico le ambientazioni, paesaggi realmente esistenti come Civita di Bagnoregio, Castel del Monte, il Bosco del Sasseto o le Gole di Alcantara.  Suggestivi gli effetti, affidati in massima parte alla artigianale creatività delle nostre maestranze piuttosto che alla computer grafica.

Fantasie circensi di derivazione felliniana, tanto care anche ad un altro regista di punta come Sorrentino, parlano di un cinema italiano che, partendo dalla nostra tradizione più alta, cerca di scrollarsi di dosso l’accusa di provincialismo che sovente lo segue come un fardello. Un film che, insieme a Mia madre di Moretti ed a Youth del già citato Sorrentino, degnamente ci rappresenta al Festival di Cannes.

Riccardo Cenci

Foto

ilraccontodeiracconti.it

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