Il dramma dimenticato degli Ostarbeiter

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Nel suo ultimo libro la scrittrice Natascha Wodin indaga la tragedia dei lavoratori slavi schiavi del Reich, ricostruendo la propria appassionante saga familiare

30 Dicembre 2018 | di | Cultura - Libri

«Certe cose hanno una loro maniera di fare ritorno, inaspettate e impreviste, magari dopo una più che lunga assenza», scrive quell’instancabile indagatore del passato che è stato W.G. Sebald, parole che ugualmente potrebbero adattarsi all’ultimo romanzo di Natascha Wodin dal titolo Veniva da Mariupol. La scrittrice, che nel suo primo libro aveva abbozzato un tentativo autobiografico, impossibile in quanto basato su una materia in gran parte ignorata che continuamente le sfuggiva, giunge ora a delineare con precisione le proprie vicende familiari, e con esse quelle dell’intera Europa.

Forse ha ragione Ernesto Sabato quando scrive che: «non ci sono casi ma destini. Non si trova se non quel che si cerca, e si cerca quello che in certo modo è nascosto nel segreto più profondo del nostro cuore». In quest’ottica l’apparente casualità che guida la scrittrice mentre indaga le proprie origini nel mare infinito e burrascoso di internet è in realtà un atto deliberato, una ricerca voluta e perseguita per una vita intera.

Il tempo inteso come mormorio dell’anima, sempre per citare Sebald, si ricostruisce a poco a poco, mette insieme frammenti a scandagliare gli abissi dell’ignoto. Le cose emergono dalla ragnatela impalpabile che le avvolge, si delineano di fronte ai nostri occhi da sbiadite fotografie, figure inquiete e sperdute nei paesaggi devastati del secolo scorso. Voci che si credevano perdute all’improvviso risuonano, come quella dello zio Sergej, apprezzato interprete d’opera, perché l’unico conforto di queste esistenze smarrite sembra risiedere nel canto e nella musica, una passione che è una vera e propria eredità familiare, l’unico sortilegio in grado di tenere lontani gli spettri che con le loro unghie aguzze incidono le pareti dell’anima.

Così come paurosa ed ereditaria sembra una certa attitudine verso il disagio mentale e il suicidio, territori che ancora una volta ci riportano alla mente il solipsismo di molti personaggi di Sebald, ma soprattutto di Thomas Bernhard. La zia Olga, che all’età di quarantatré anni si era gettata dalla finestra, e la stessa genitrice, che non era riuscita a sopportare gli orrori della storia, e per questo aveva posto fine alla sua vita.

Storie fosche e cupe si delineano fra le pagine, racconti tragici in quanto: «quasi nessun mio consanguineo era morto per cause naturali» (pg. 106). Vediamo il dramma della rivoluzione bolscevica, con i suoi saccheggi e le sue stragi, e poi il turbine del secondo conflitto mondiale, che travolge gli uomini consegnandoli a un destino disperato.

La madre della scrittrice ha assistito a indicibili orrori, che le hanno lasciato ferite indelebili nell’anima. Una inestinguibile nostalgia la divora, un sentimento disperato verso una casa perduta e mai più ritrovata. Il suo dramma è quello degli Ostarbeiter, costretti a lavorare nelle fabbriche del Reich per condurre l’ideologia nazionalsocialista fino alle sue estreme conseguenze. Persone considerate inferiori e impure dai tedeschi, impossibilitate a tornare in patria dopo la fine del conflitto perché ritenute traditrici della causa socialista, persone apatiche che non aspettano più nulla dalla vita, e per questo sono condannate a perire.

«Fondamentalmente erano i membri ritrovati della famiglia a scrivere il libro» (pg. 113), dice ancora la Wodin, svelando meccanismi narrativi inediti. A un certo punto, come nella consueta tradizione romanzesca del manoscritto ritrovato, la scrittrice rinviene in circostanze a dir poco rocambolesche il diario della zia Lidija, che costituisce parte essenziale del libro. Un ritratto indimenticabile di una figura femminile forte, sradicata sin dalla nascita ma capace di sopravvivere alle prove più dure.

Man mano che si procede nella lettura, ci si addentra in un labirinto sempre più intricato di dedali e cunicoli nei quali si rischia di perdere l’orientamento. Un viaggio periglioso che è anche ricerca affannosa della propria identità. «È verosimile che sapesse poco o niente delle proprie origini», scrive la Wodin riguardo la propria madre, e poi prosegue «esattamente come le ho ignorate io per la maggior parte della mia vita» (pg. 274). 

Il libro appare allora come un tentativo di trovare un posto nel groviglio inestricabile della realtà, di penetrare l’essenza della propria nebbiosa identità. Perché in definitiva, se il futuro non è ancora scritto, è il passato a risultare davvero inconoscibile. Lo scrittore può procedere per tentativi, può cercare di porre un ordine ai tasselli del caos che si trova fra le mani, ma qualcosa sfuggirà sempre, come in quelle vecchie fotografie troppo piccole per distinguere con esattezza i volti di chi vi è raffigurato.

 

Riccardo Cenci

Foto © Riccardo Cenci

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Natascha Wodin

Veniva da Mariupol

L’ORMA Editore

Traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat

pg. 384 € 21,00

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