Il fallito golpe in Turchia impatterà sugli equilibri internazionali

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Dal tramonto all’alba: come il tentato colpo di stato militare contro Erdogan ha cambiato in una sola notte i rapporti interni alla Nato e verso l’Ue

16 Luglio 2016 | di | Attualità
Bandiera della Turchia

Il sole che stamattina è tornato ad illuminare le strade di Istanbul ha trovato la città come l’aveva lasciata. O forse no. Perché dal tramonto all’alba l’antica capitale e la stessa Turchia sono cambiate, e con esse anche i rapporti internazionali tra Ankara, l’Ue e la Nato, per i quali il 16 luglio segna l’anno-zero, la data del “niente sarà più come prima”. Il buio era calato ieri da poche ore su Istanbul quando carri armati dell’esercito hanno bloccato i ponti sul Bosforo, de facto dando inizio al tentativo di golpe contro il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Lucevan le stelle quando il “Sultano” è riapparso su di uno smartphone di una giornalista della Cnn turca ad incitare la folla a scendere in piazza per opporsi ai militari che stavano prendendo le strade. E fuori all’aeroporto di Istanbul la notte si era appena dileguata quando Erdogan, novello principe Calaf, si è materializzato all’alba vincitor, a rivendicare che il golpe era fallito e che il potere era di nuovo nelle sue mani, dopo aver trascorso ore a bordo del suo Air Force One in giro (pare) per i cieli d’Europa, ma forse in realtà senza nemmeno allontanarsi più di tanto da quelli turchi.

Erdogan20120326Che cosa sia successo stanotte in Turchia è chiaro fino a un certo punto. Chiara è emersa la faglia che spacca la società turca, sempre più divisa tra laicità, a difesa della quale i militari si sono sempre erti a difensori fino alla lunga notte di ieri, e deriva islamista, di cui Erdogan e i suoi sono il simbolo da più di dieci anni. Spaccatura che si è vista stanotte, quando i fedelissimi del Sultano, aizzati anche dai proclami di molti imam fedeli al presidente, sono scesi per strada a difesa dell’ordine costituito e hanno avuto ragione dei soldati golpisti, approfittando anche delle loro indecisioni e forse dell’approssimazione provocata dalla mancanza di una guida che venisse dagli alti gradi delle Forze Armate, in quello che passerà alla Storia come un golpe di colonnelli, più che di generali.

Ma quello che rimarrà un mistero ruota tutto intorno alle tre ore di silenzio assoluto da parte degli alleati della Nato, molti anche membri Ue, che fin dalle prime notizie su quanto stava accadendo si sono limitati a laconici commenti attendisti, nel senso vero del termine. Solo a tarda notte, quando l’inaspettata reazione popolare pro Erdogan ha fatto intendere che il putsch militare era ormai fallito, il mutismo è stato rotto da Barack Obama, che ha dichiarato il sostegno degli Usa al potere democraticamente eletto, seguito, in un effetto domino, dal Cancelliere tedesco Angela Merkel e pian piano da tutti gli altri membri dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Tutti a favore del ripristino dell’ordinamento democratico, nessuno a parlare esplicitamente di sostegno a Erdogan, a cui (ma questo è da confermare) molti avrebbero persino negato l’asilo politico. Comportamento strano, ma non troppo.

Non sono stati mesi facili per le relazioni internazionali tra la Turchia e i suoi partner commerciali e i suoi alleati militari. Mesi torbidi costellati di stragi terroristiche e giri di vite nei confronti della stampa libera, rapporti ambigui con il Daesh e mosse avventuristiche in politica estera, come quella del novembre scorso che ha visto due caccia della mezzaluna abbattere un bombardiere russo che era penetrato per pochi secondi nello spazio aereo turco. Gli equilibri con l’Occidente, resi precari da mesi di spavalderia e arroganza da parte di Ankara sulla Siria e sul dramma profughi, sono collassati proprio allora: fonti anonime, ma molto attendibili, hanno raccontato di toni furiosi e parole grosse volate nei confronti del rappresentante turco nella successiva riunione straordinaria convocata dall’Alleanza subito dopo lo scontro aereo sul confine turco-siriano.

Donald Tusk, Recep Tayyip Erdoğan, President of Turkey, and Jean-Claude Juncker (from left to right)E’molto probabile che ieri le cancellerie occidentali siano rimaste alla finestra a guardare cosa accadeva ad Ankara e ad Istanbul, con la consapevolezza che quella poteva essere una buona occasione per liberarsi di un elemento scomodo per il futuro della Turchia e della Nato stessa. Una posizione attendista, sciolta solo a notte fonda, quando ormai il destino dei golpisti era segnato e non era più possibile temporeggiare ancora. Tutto questo non è sfuggito a Erdogan, che fin dalle prime dichiarazioni rilasciate per via telematica ha, neanche molto velatamente, agitato il fantasma del complotto straniero ordito per rovesciarlo. E se il dito è stato puntato direttamente verso il suo ex alleato e ora nemico numero uno, Fethullah Gulen, influente uomo d’affari turco rifugiato negli Usa, indirettamente a finire nel mirino del Sultano ci sono proprio gli Stati Uniti.

Gulen è un imam moderato, a capo di una fondazione che fino a pochi mesi fa controllava media molto influenti in Turchia, come il quotidiano Zaman, che a inizio anno il governo turco ha chiuso e riaperto in un paio di giorni dopo averlo posto sotto il proprio controllo. L’uomo vive da anni in esilio in Pennsylvania, e in una comunicazione riservata del 2009 (diffusa da Wikileaks) l’allora ambasciatore Usa ad Ankara James Jeffrey lo indicava come molto più affidabile dell’allora premier Recep Tayyip Erdogan per fare della Turchia «un modello di nazione islamica moderata». Ed Erdogan di queste dichiarazioni è consapevole, tanto che è stato emblematico il suo botta-e-risposta andato in scena nelle prime ore del dopo-golpe, con il segretario di Stato John Kerry che invita la Turchia a provare le accuse di complotto mosse verso Gulen, e Ankara che rispondeva che chi sta con Gulen è un nemico della Turchia. Rapporti compromessi, poco ma sicuro. Nulla più sarà come prima?

Tayyip ErdoganAlmeno per i prossimi mesi dovremo aspettarci una Turchia ancora più autoritaria in politica interna (le epurazioni e le vendette sono già iniziate) e più aggressiva in politica estera, dove è molto probabile che Erdogan, anche per guadagnare maggior consenso presso la popolazione turca più sensibile ai valori islamici, voglia ora incrementare la diffusione dell’Islam nell’Europa balcanica di fede musulmana, creando così un veicolo d’influenza turca su di un’area strategica nei rapporti con l’Unione europea. Il cosiddetto “Neo-ottomanismo” è stato il marchio di fabbrica del Sultano fin dal 2003, e se i suoi segni sono stati più evidenti in Egitto, Siria e Libia, sono apparsi meno evidenti proprio in Bosnia, Kosovo e Albania (quest’ultima membro Nato e prossima all’ingresso nell’Ue) dove l’edificazione di moschee e centri di culto islamici sono stati finanziati per anni dal Diyanet, l’influente Direttorato per gli Affari Religiosi.

E un partner politico e commerciale che cerca sponde nel radicalismo islamico è l’ultima cosa che serve ad una Unione europea indebolita dal Brexit, e stretta nella morsa del jihad e di una internazionale antieuropea che ha nell’islamofobia la sua base di consenso.

Alessandro Ronga

Foto © Wikicommons, European Community

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