Il lato oscuro della città di Kiev

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Nel suo monumentale romanzo “Victory Park”, Aleksej Nikitin indaga il passato sovietico per illuminare il presente. Perché l’URSS è ancora lo specchio nel quale riflettersi per comprendere le contraddizioni dell’oggi

7 Aprile 2019 | di | Cultura - Libri

«È solo una nostra impressione, quella di poter sempre tornare, ma strade che tornano indietro non ne esistono. Portano tutte da un’altra parte» (pg. 359), afferma Aleksej Nikitin, scrittore ucraino originario di Kiev con un passato da fisico, nel grande romanzo corale Victory Park pubblicato in Italia da Voland. E proprio nella capitale ucraina degli estremi anni sovietici è ambientata l’azione, agglomerato urbano metamorfico e tentacolare nel quale si incrociano i destini di innumerevoli personaggi. Perché l’URSS è ancora lo specchio nel quale riflettersi per comprendere le contraddizioni dell’oggi, il retaggio di un passato mai definitivamente trascorso.

La scrittura di Nikitin nasce in opposizione al vuoto narrativo che ammanta la Kiev degli anni ottanta e novanta. Una città dalla storia antichissima, fondamentale per comprendere le dimensioni di quella disgregazione dell’ideologia dalle conseguenze epocali. Volutamente lo scrittore sceglie una porzione marginale, periferica come quel Victory Park situato sulla riva sinistra del Dnepr, periferica come le vite degli innumerevoli personaggi che affollano la narrazione.

La vicenda è ambientata nel 1984, l’anno orwelliano, precedente i grandi mutamenti innescati dalla perestrojka. Equilibri già precari iniziano a scricchiolare, mentre il grande edificio sovietico mostra evidenti le sue crepe. Veterani dell’Afghanistan si muovono come spettri nelle geometrie oscure del parco, spacciano droga o si occupano delle giostre, come Serëga Belkin, al quale un frammento di pala di elicottero ha asportato un terzo di scatola cranica. I dottori gli proibiscono di fumare, ma lui prosegue imperterrito portando avanti un’esistenza misera, l’eterna sigaretta fra le labbra e il tenace conflitto con il meccanismo della ciclopica ruota panoramica.

Contrabbandieri di merce occidentale, il più delle volte fasulla, cercano di sbarcare il lunario vendendo ai propri concittadini il sogno di una libertà di seconda mano. Il fabbricante clandestino Borodavka lotta a modo suo contro l’elefantiaco sistema, restandone travolto. Perché «cos’altro si può fare con questo Paese e le sue procedure incomprensibili? Ignorarli, finché è possibile» (pg. 374).

Fra le figure indimenticabili del romanzo troviamo Maksim Baghila, le cui arti divinatorie gli hanno procurato il rispetto delle alte gerarchie. Una figura che assurge alle dimensioni del mito, i cui ricordi dell’era rivoluzionaria garantiscono il collegamento fra il passato e il presente. Dopo aver esalato l’ultimo respiro, di lui si dice: «solo l’odore delle mele e la solitudine erano rimasti con lui fino alla fine, fino all’ultimo istante. E questo a Maksim Baghila bastava» (pg. 355), quasi a delineare le coordinate di una personalità speciale, definita da un dono tanto grande quanto incomprensibile.

Il nipote Ivan vive all’ombra del grande vecchio. Il suo territorio originario è il quartiere di Očerety, antico villaggio di pescatori reso ormai irriconoscibile da un’edilizia schizofrenica, contrapposto al sovietico Komsomol, popolato da studenti e operai. Un dualismo geografico che si riflette anche nelle due figure principali. Accanto a Ivan troviamo infatti Pelikan, altro studente spaesato che finirà in una campagna di scavo a Chersones, vicino alla città chiusa di Sebastopoli (ovvero con limitazioni d’accesso e residenza), una sorta di Leningrado del sud, con il sole a evidenziare le tracce del disfacimento sulle facciate delle case, altrove celate dal gelo.

Come aveva già fatto in Istemi, Nikitin indaga il tema dell’amicizia. Uno strano disegno del destino porta Ivan e Pelikan a partire nello stesso giorno. Le loro strade si dividono, forse per sempre, seguendo traiettorie imperscrutabili. Prima dell’addio c’è ancora tempo per un’estrema mascherata, una festa di commiato che, con un divertito gusto del travestimento, si trasforma in una sorta di melanconico carnevale, allusivo degli orpelli che costantemente ammantano la retorica di regime.

Oscure cospirazioni di giovani delusi dai traditori del socialismo, che hanno venduto Lenin e travisato Marx, percorrono la trama. I demoni di dostoevskjana memoria si aggirano per le strade di Kiev, filtrati attraverso lo sguardo ironico dell’autore.

Un omicidio scompagina lo status quo. «…qualcosa nel parco si era scardinato, all’ordine abituale delle cose ne era subentrato uno nuovo, che ancora non si capiva bene» (pg. 376). Il trafficante Alabama è costretto ad abbandonare il proprio regno, sotto la spinta di forze più grandi di lui. Il microcosmo del Victory Park diviene metafora dell’Unione Sovietica stessa, apparentemente refrattaria al cambiamento ma già votata all’estinzione, e forse del mondo intero.

«E’ il vuoto il vero simbolo del futuro. Noi dobbiamo solo riempire quello che c’è già, ma intanto l’universo si espande, produce altro vuoto, e lo fa in quantità inimmaginabili» (pg. 384), perché alla fine quello che resta è il tentativo di mantenersi in vita, di arginare quel buco nero che, a ogni istante, minaccia di inghiottirci.

 

Riccardo Cenci

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Aleksej Nikitin

Victory Park

Voland (Collana Sírin)

Traduzione di Laura Pagliara

Postfazione di marco Puleri

pg. 432 € 20,00

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